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Muffe e ponti termici: tipologie e normativa di riferimento per la verifica

I ponti termici sono in assoluto le zone dell’edificio dove le formazioni di muffe e condense sono più frequenti. Vediamo meglio la differenza tra le diverse tipologie e cosa dice la normativa a proposito

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Muffe ponti termici

I ponti termici sono, per definizione, i punti o più frequentemente, le zone dell’edificio dove si concentrano maggiori flussi di calore rispetto a quelle circostanti, e sono dovuti essenzialmente ad una maggiore conduzione termica localizzata.

Ricordiamo che la conduzione di calore è sempre la conseguenza di una differenza di temperatura, perciò se in un punto o in una specifica area vi è un maggior flusso di calore, ciò deriva da una maggior differenza di temperatura fra due elementi inseriti nel contesto.

Tralasciando tutte le considerazioni di natura energetica, che sono senz’altro utili, ma non ai fini delle presenti analisi, si può affermare che i ponti termici nel regime invernale sono le zone interne dell’edificio più fredde rispetto a quelle adiacenti, in conseguenza di una maggiore dispersione termica localizzata. Se sono le zone più fredde, sono anche quelle dove è favorito lo sviluppo di muffe e condense.

Vediamo meglio la differenza tra le diverse tipologie di ponti termici e cosa dice la normativa a proposito di muffe e ponti termici. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte dal volume Muffe e condense negli edifici di Marco Argiolas, edito da Maggioli Editore.

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La differenza tra i ponti termici geometrici e quelli costruttivi

I ponti termici sono in assoluto le zone dell’edificio dove le formazioni di muffe e condense sono più frequenti. Sulle costruzioni edificate in passato, potevano anche rappresentare valori del 20÷25% delle superfici disperdenti, causando un enorme peggioramento delle prestazioni termiche dell’immobile.

Dal rapporto ASIEPI (Assessment and Improvement of the EPBD Impact), emerge come le problematiche relative ai ponti termici siano tuttora un argomento importante in tutta Europa dal momento che l’impatto dei ponti termici sul fabbisogno termico degli edifici nel periodo del riscaldamento è mediamente superiore al 30%.

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I ponti termici possono essere o puntuali o lineari, a seconda della loro forma, ed essere causati o dalla geometria locale dell’elemento costruttivo o dai materiali che lo compongono, oppure dai due fattori contemporaneamente.

I primi si chiamano “ponti termici geometrici”, e sono dovuti prevalentemente agli angoli delle murature, dove le superfici disperdenti esterne sono maggiori di quelle interne, e sono generalmente lineari.

I “ponti termici costruttivi” sono invece dovuti alla diversa conduttività dei materiali costituenti l’elemento costruttivo, come ad esempio un pilastro inserito in una muratura, che tenderà a disperdere maggiormente il calore perché il cemento armato conduce calore più dei mattoni, a parità di spessore.

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Normativa sui ponti termici

La normativa sui ponti termici è ampiamente dibattuta, principalmente perché si tratta di punti o zone particolari dell’edificio dove sono sempre presenti dei problemi di varia gravità e intensità.

Qui di seguito daremo solo un breve cenno, rimandando il lettore a consultare le diverse opere editoriali specifiche, nel caso avesse necessità di approfondire l’argomento.

d.m. 26 giugno 2015

Il d.m. 26 giugno 2015 definisce i requisiti minimi per l’efficienza energetica degli edifici. È in vigore dal 1° ottobre 2015 e riporta all’allegato 1 art. 2.3 comma 2 le seguenti prescrizioni: nel caso di intervento che riguardi le strutture opache delimitanti il volume climatizzato verso l’esterno, si procede in conformità alla normativa tecnica vigente (UNI EN ISO 13788), alla verifica dell’assenza:

  • di rischio di formazione di muffe, con particolare attenzione ai ponti termici negli edifici di nuova costruzione;
  • di condensazioni interstiziali.

Queste prescrizioni appaiono più restrittive rispetto a quelle precedentemente previste dal d.P.R. 59/2009, che prevedeva la verifica del rischio di condensazioni superficiali (in luogo del rischio di muffa) e prevedeva la possibilità di presenza di condensazione interstiziale purché in quantità limitata e completamente rievaporabile nell’arco di un anno.

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UNI EN ISO 13788

Le stesse indicazioni sulla condensa interstiziale sono riportate nella norma tecnica di riferimento (UNI EN ISO 13788). Questa prescrizione sulla totale assenza di condensa interstiziale appare fortemente restrittiva, tenendo conto del fatto che la norma citata nel decreto (UNI EN ISO 13788) riporta un metodo di calcolo semplificato in regime stazionario che tende a sovrastimare il rischio di formazione di condensa interstiziale dovuta alla sola diffusione mentre non considera altri fenomeni fisici che interessano le strutture tra i quali il movimento di umidità per capillarità, la capacità igroscopica dei materiale, ecc.

In accordo con l’introduzione della norma UNI EN ISO 13788 si segnala che “I risultati saranno più affidabili per strutture leggere, poco permeabili all’aria, che non contengono materiali che possono accumulare grandi quantità di acqua. Essi saranno meno affidabili per strutture con grande capacità termica e igroscopica e che sono più permeabili all’aria”.

Nella norma UNI EN ISO 13788 è precisato nell’introduzione che, se si possono trascurare pioggia e convenzione, “I metodi di calcolo utilizzati forniscono in genere risultati cautelativi e quindi, se una struttura non risulta idonea secondo questi in base ad un criterio di progettazione specificato, possono essere utilizzati metodi più accurati che ne dimostrino l’idoneità”.

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UNI EN 15026

I metodi di cui sopra sono reperibili nella norma UNI EN 15026 (alla base del software WUFI e similari), che descrive in maniera compiuta il comportamento di una struttura considerando la migrazione dell’umidità in regime variabile secondo due meccanismi di trasporto:

  1. migrazione per diffusione causata dalla differenza di pressione parziale;
  2. migrazione per capillarità causata dalla differente umidità relativa interna e di assorbimento d’acqua dei vari materiali.

I risultati ottenuti in base a questi metodi, certamente più complessi ma anche più precisi, consentono di modellizzare in maniera più realistica il comportamento della struttura considerando gli altri fenomeni fisici.

Si conclude quindi che per le verifiche di legge è possibile utilizzare anche metodi dinamici in base alla norma UNI EN 15026.

Per alcune tipologie di interventi di isolamento termico, per esempio dall’interno o in insufflaggio in intercapedine, è consigliabile valutare con adeguato approfondimento il comportamento igrotermico della struttura studiando i meccanismi di migrazione di umidità per diffusione e per capillarità secondo le verifiche previste dalla norma UNI EN 15026.

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Foto:iStock.com/Dontstop


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