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Ddl Rigenerazione urbana: quali sono le critiche e le opinioni

Il Testo unificato è sotto esame al Senato per l'approvazione, ma intanto si porta dietro una scia di critiche e stroncature. Vediamo le motivazioni

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Ormai si va verso l’approvazione del Testo unificato sulla rigenerazione urbana, che in questo momento è sotto esame della Commissione Ambiente del Senato. In linea alle disposizioni del Green deal europeo, che sostiene la sostenibilità e la funzionalità degli spazi pubblici e privati nelle città, la rigenera­zione urbana è caratterizzata da un sistema articolato di trasformazioni sia urbanistiche, che edilizie da attuare principalmente su aree ed edifici con un forte degrado. Rientra quindi, nella materia del cosiddetto governo del territorio. La proposta del Ddl si basa su una ricerca di incentivi e principi, tali da cambiare il volto delle nostre città, favorendo gli interventi sul costruito, nei limiti della competenza legi­slativa concorrente tra Stato e Regioni. Ma quali sono le critiche e le opinioni in merito a questo disegno di legge? Vediamole nel dettaglio.

Ddl Rigenerazione urbana: quali sono le critiche e le opinioni

Una volta approvato il Ddl, verrà istituito il Fondo nazionale per la rigenerazione urbana con una dotazione pari a 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2021 fino al 2040. Le risorse del fondo sono destinate a cofinanziare i bandi regionali che possono scegliere i migliori piani presentati dai Comuni. A tal proposito, quest’ultimi hanno lo scopo di individuare i cosiddetti ambiti urbani che necessitano di interventi di rigenerazione urbana. I Comuni, devono effettuare una ricognizione del proprio territorio e definire il perimetro delle aree dove attuare gli interventi. Il Piano definisce gli obiettivi generali di:

  • messa in sicurezza, manutenzione e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente;
  • insediamenti attrezzati con servizi pubblici e privati utili alla collettività e propedeutici all’integrazione sociale;
  • rivitalizzazione socioeconomica, riduzione del consumo e permeabilità del suolo, bilancio energetico, idrico e ciclo dei rifiuti;
  • valorizzazione degli spazi pubblici, delle aree verdi e dei servizi di quartiere;
  • accessibilità ai mezzi pubblici, ai percorsi pedonali e ciclabili, e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

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La stroncatura delle Regioni, rischio paralisi della legislazione

Le regioni stroncano il disegno di legge asserendo:” L’entrata in vigore della legge col testo attuale determinerebbe l’immediata paralisi della legislazione regionale, nonché a cascata degli strumenti comunali; in attesa di un arduo e lungo lavoro di adeguamento al Ddl, e causerebbe incertezze operative gravi per le iniziative in corso e per quelle in programma.”

Nel comunicato della Conferenza delle Regioni e Province Autonome sono presenti diverse obiezioni e critiche a riguardo:

  • la necessità di una “norma di salvaguardia” che possa evidenziare le differenze regionali in tema di rigenerazione. Infatti, in alcuni casi ci sono Regioni altamente sviluppate con già un complesso di norme ben correlate e consolidate. Per cui, questo ddl non risulta innovativo, ma ancorato alla zonizzazione della legge urbanistica nazionale 1150/1942 e ai soliti parametri urbanistico edilizi;
  • la convinzione di velocizzare il sistema, creando piani e banche dati da parte dei Comuni, che molte volte non hanno neanche i mezzi per attuarli e per comunicarli agli Enti sovraordinati. In questo modo, servono a ben poco soprattutto per incrementare l’individuazione del patrimonio dismesso. Inoltre, con ulteriori programmi di rigenerazione si crea un doppione di obiettivi dei piani regolatori comunali e un aggravarsi dei procedimenti di gestione dei fondi;
  • il problema di introdurre l’incremento volumetrico massimo pari al 20% valido per tutti, a prescindere dal contesto degli edifici, dalla loro ubicazione, dalla loro densità urbanistica, dall’uso attuale e da altri aspetti urbanistici ed ambientali. Sono i Comuni, che dovrebbero definire la soglia di incremento ammissibile, in base ai diversi casi;
  •  la definizione di Consumo di suolo data da ISPRA considera migliori gli interventi a bassa densità (ad esempio villette con giardino all’interno di vaste aree della pianura padana) piuttosto che quelli ad alta nei centri città. Pensando così, risulta impossibile proporre dei progetti di densificazione e di ottimizzazione dell’uso del suolo.

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L’INU chiede ripensamenti e modifiche

Nonostante apprezzi l’iniziativa, anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica non può sottrarsi alle enormi perplessità suscitate dal disegno di legge. All’interno del documento inviato alla Commissione Ambiente vengono illustrate alcune osservazioni:

  • la legge deve rispettare il Titolo V, art. 117, della Costituzione, ossia del fatto che
    il governo del territorio è materia concorrente tra lo Stato e le Regioni;
  • bisogna definire una “Legge quadro” o “Legge di principi”, alla quale poi collegare altri interventi legislativi statali che possono regolamentare aspetti del governo del territorio, quali appunto la rigenerazione urbana;
  • la necessità di definire precisamente i campi pertinenziali dei diversi organi (Stato, Regioni, Comuni);
  • il disegno di legge deve integrarsi al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR);
  • come le Regioni, anche l’INU ha delle perplessità sulla questione delle banche dati e dei piani comunali dato che pongono obiettivi (la priorità della rigenerazione urbana, il contrasto del consumo di suolo) e attività (conoscenza delle previsioni urbanistiche non attuate, immobili non utilizzati, aree degradate, ecc.) di cui i piani urbanistici attuali si fanno già carico. Sarebbe più utile indirizzare l’attività dei Comuni verso l’aggiornamento dei loro piani generali, quando obsoleti.

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Ma anche diverse criticità:

  • I provvedimenti legislativi che hanno lo scopo di risolvere delle questioni precise, come il Ddl, intervengono su materie regolate da altre leggi statali (es. Dpr 380/2001 e Dm 1444/1968) o regionali (es. leggi urbanistiche delle singole Regioni). Per cui è molto facile fare confusione e cadere in conflitti istituzionali e d’interpretazione;
  • i sistemi su cui si basano il finanziamento e l’attuazione dei “piani comunali di rigenerazione urbana” risultano macchinosi e lenti. Inoltre, molte modalità operative sono già state provate e sono risultate fallimentari;
  • come le Regioni anche l’INU non è d’accordo con le banche dati e i piani comunali dato che pongono obiettivi (la priorità della rigenerazione urbana, il contrasto del consumo di suolo) e attività (conoscenza delle previsioni urbanistiche non attuate, immobili non utilizzati, aree degradate, ecc.) di cui i piani urbanistici attuali si fanno già carico. Sarebbe più utile indirizzare l’attività dei Comuni verso il continuo aggiornamento;
  • il riconoscimento dell’incremento volumetrico rispetto all’esistente non superiore al 20 per cento della volumetria originaria contrasta con gli orientamenti legislativi di numerose Regioni e con le previsioni di gran parte dei più recenti strumenti urbanistici. Infatti, l’edificabilità fa riferimento alle superfici esistenti e non ai volumi.

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L’INU riconosce anche alcuni pregi al Ddl, come:

  • la programmazione di risorse finanziarie statali per la rigenerazione urbana su un periodo lungo (500 milioni l’anno per 20 anni) con il quale i Comuni avranno la possibilità di programmare la loro partecipazione ai bandi, beneficiandone di qualità;
  • il raccordo che lo Stato intende instaurare tra la pianificazione della città e la fiscalità immobiliare statale e locale;
  • la strategia del contrasto del consumo di suolo e la proiezione verso la transizione energetica;
  • l’intenzione di incentivare la demolizione dei manufatti situati al di fuori dei centri abitati non occupati da lungo tempo;
  • l’imposizione, alle Regioni inadempienti, di un termine per redigere e approvare i piani paesaggistici di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività culturali.

Anche Confindustria, ANCE e Confindustria Assoimmobiliare esprimono i loro timori

I Presidenti di Confindustria Carlo Bonomi, di Confindustria Assoimmobiliare Silvia Maria Rovere e di ANCE Gabriele Buia esprimono la loro preoccupazione dicendo: “La rigenerazione è un tema di straordinaria rilevanza sociale ed economica, che deve diventare una grande occasione per trasformare le aree urbane e offrire ai cittadini servizi moderni, sostenibili e digitalizzati e per rilanciare filiere produttive e tecnologiche di primaria importanza.” Al contrario, il sistema proposto dal Ddl risulta lento e macchinoso e non risponde alle esigenze tecnologiche e socioecomiche attuali. In questo modo, si vanno a inficiare gli investimenti dei privati, non essendoci adeguate misure di agevolazione e di semplificazione urbanistiche ed edilizie. Creare nuovi vincoli sui centri storici comporta solo il rischio di aumentarne il degrado, anziché di favorirne la rigenerazione e il recupero.

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OICE e la necessità di intervenire sul Testo unificato

Negli ultimi giorni è arrivato un altro parere discordante sul Testo unificato. Anche l’OICE, l’Associazione delle società di ingegneria e architettura, si unisce alle perplessità di Ance e Confindustria in tema di interventi sul tessuto urbano. In merito, Valter Macchi, coordinatore del Gruppo di Lavoro OICE sulla rigenerazione urbana e coordinatore del gruppo regionale del Lazio, denuncia gli oltre settant’anni di espansione disordinata, non più tollerabile. Per cui è necessario rinnovare il costruito, tutelare il paesaggio e investire sulle nuove tecnologie energetiche. L’OICE richiede delle modifiche sostanziali anche alle seguenti normative:

  • 1150/42, che all’origine prevedeva, in realtà, il consumo del suolo;
  • Dlgs 42/2004, per la rigenerazione nei centri storici e per determinare una classificazione di interventi ammissibili per ogni singolo ambito o tessuto da conservare;
  • T.U. 380/2001, per ogni tipo di intervento l’utilizzo della SCIA in alternativa al PdC e il Silenzio Assenso su ogni parere di altre amministrazioni. Riuscendo in tal modo ad attuare lo snellimento delle procedure richiamato dal DDL sulla rigenerazione.

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Foto: iStock.com/franckreporter

 


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