Home Permessi edilizi Distanze in Edilizia Violazione distanze: un corso d’acqua è equiparabile alla strada pubblica?

Violazione distanze: un corso d’acqua è equiparabile alla strada pubblica?

Nello specifico vediamo cosa accade, in tema di distanze, se tra i due edifici si trova un cavedio sotto il quale scorre un corso di acqua pubblica.

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La risposta alla domanda è affermativa. Se un condominio intende contestare la violazione delle distanze legali deve tenere conto che un corso d’acqua di natura pubblica è equiparabile alla strada pubblica. Ciò è emerso dalla sentenza n. 376 del 21-04-2020 – app. Brescia – II sez. civ.

Il proprietario di un fabbricato vicino ad un condominio (costituito da autorimesse) apriva nuove luci e vedute; i condomini citavano in giudizio il titolare del detto fabbricato, sostenendo che le nuove aperture violavano le distanze legali dal confine.

Il convenuto osservava che tra i due edifici si trovava un cavedio sotto il quale scorreva un corso di acqua pubblica, negando la sussistenza del mancato rispetto delle distanze legali. Il Tribunale sosteneva che i lavori di ristrutturazione dell’immobile del convenuto violavano le distanze previste dall’art. 905 c.c., condannando il titolare del fabbricato a ripristinare lo stato dei luoghi.

Il soccombente si rivolgeva alla Corte d’Appello, sostenendo l’invalidità della decisione di primo grado per violazione ed errata interpretazione dell’art. 905 c.c., esistendo nel sottosuolo al confine tra le due proprietà un corso d’acqua pubblico legislativamente individuato; inoltre sottolineava che le nuove vedute si dovevano considerare non come nuove aperture ma al più come aggravamento della servitù di veduta acquisita per usucapione.

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Distanze corso acqua condominio: il quesito e la soluzione

Nel valutare la violazione delle distanze legali ad opera del proprietario di un fabbricato vicino i condomini devono considerare che un corso d’acqua di natura pubblica è equiparabile alla strada pubblica?

La Corte d’Appello ha dato ragione al proprietario del fabbricato. Infatti, come osservano i giudici di secondo grado, dagli accertamenti eseguiti nel corso delle operazioni peritali è risultata l’esistenza di un cavedio fra il muro perimetrale del fabbricato ed il condominio.

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Il c.t.u. ha, inoltre, verificato non solo che il corso d’acqua è inserito nell’elenco dei corsi d’acqua del comune ma che è ancora esistente e continua a scorrere al di sotto del piano delle autorimesse. Di conseguenza la Corte ha ritenuto che il cavedio costituito dalla tombinatura del sottostante corso d’acqua abbia, al pari di quest’ultimo, natura pubblica integrando in tal modo la previsione del terzo comma dell’art. 905 c.c.

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In conclusione

Secondo l’articolo 905 c.c., comma 1, non si possono aprire vedute dirette verso il fondo chiuso o non chiuso e neppure sopra il tetto del vicino, se tra il fondo di questo e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute dirette non vi è la distanza di un metro e mezzo.

Allo stesso modo non si possono costruire balconi o altri sporti, terrazze, lastrici solari e simili, muniti di parapetto che permetta di affacciarsi sul fondo del vicino, se non vi è la distanza di un metro e mezzo tra questo fondo e la linea esteriore di dette opere (art. 905 c.c., comma 2).

Il divieto, fissato nella distanza minima di un metro e mezzo, tuttavia, cessa allorquando tra i due plessi vi sia una via pubblica (art. 905, comma 3). A tale proposito, merita di essere ricordato che la qualificazione di una strada come pubblica, ai fini dell’esonero dal rispetto delle distanze nell’apertura di vedute dirette e balconi, ex art. 905 c.c., terzo comma, esige che la sua destinazione all’uso pubblico risulti da un titolo legale, che può essere costituito non solo da un provvedimento dell’autorità o da una convenzione con il privato, ma anche dall’usucapione, qualora risulti dimostrato l’uso protratto del bene privato da parte della collettività per il tempo necessario all’acquisto del relativo diritto; resta invece escluso che, a tal fine, rilevi un uso limitato ad un gruppo ristretto di persone che utilizzino il bene “uti singuli”, essendo necessario un uso riferibile agli appartenenti alla comunità in modo da potersi configurare un diritto collettivo all’uso della strada e non un diritto meramente privatistico a favore solo di alcuni determinati soggetti (Cass. civ., sez. VI – 2, 26/06/2013, n. 16200).

Un canale non transitabile né utilizzabile dal pubblico, non è assimilabile all’interposizione della via pubblica che, a norma del 3 comma dell’art. 905 c.c., fa venir meno l’obbligo del rispetto della distanza minima (di m. 1,50) imposto dal 1° comma della stessa norma (Cass. civ., sez. II, 13/02/1987, n. 1575).

Allo stesso modo una fognatura interrata non può essere equiparata alla via pubblica. Al contrario il concetto di “via pubblica” nella sentenza di appello è stato applicato al “cavedio costituito dalla tombinatura del sottostante corso d’acqua”.

A tale conclusione si perviene anche in considerazione della circostanza che la necessità di lasciare fra le due costruzioni finitime lo spazio libero costituito dal cavedio è dovuta alla possibilità di ispezionare e compiere interventi sul sottostante corso d’acqua in caso di necessità.

Articolo di Giuseppe Bordolli, consulente legale condominialista.

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Foto: iStock.com/Lukas Bischoff


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