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Partite IVA a rischio estinzione. Come salvarle?

Sono da sempre il punto forte dell'economia italiana, ma non sono mai state "malate" come in questo momento. Tutta colpa del Fisco? Ecco cosa dice lo studio di Centro Studi Unimpresa

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Solito problema: nessuna misura di sostegno, molte le tasse da pagare. Che si tratti di liberi professionisti o piccole e piccolissime aziende, sono ormai in piena crisi e proprio per questo non è scorretto definirle in “pericolo di estinzione“.

Così affermano anche i dati raccolti dal Centro Studi Unimpresa, che grazie al conteggio del total tax rate delle PMI, ha confermato quanto ormai era nell’aria da tempo: nel giro di solo 3 anni il loro numero si è ridotto del 40% circa, passando da oltre 8,5 milioni a poco più di 5 milioni.

C’è una via per salvaguardarle? Quali sono le principali cause di questa crisi nera?

Partite IVA, tutta colpa del Fisco?

Tra le principali cause che hanno portato al declino delle p.iva, sicuramente ci sono la situazione economica non fiorente, la forte concorrenza interna, i controlli (spesso troppo stretti) dello Stato e tutta la serie infinita di adempimenti burocratici che servono a mantenere l’attività produttiva.

È però probabile che il maggior problema sia la pressione fiscale che è arrivata a toccare il 64% dei profitti di una piccola partita IVA.

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Secondo i dati emersi dallo studio operato da Centro Studi di Unimpresa, il total tax rate di PMI e professionisti è di gran lunga superiore al 60%. Significa che tra tasse (comprensive di acconti dell’anno fiscale successivo e saldi dell’anno fiscale in corso), contributi previdenziali, e pagamenti vari (come ad esempio quelli per la Camera di Commercio o altri oneri obbligatori), la percentuale di soldi che rimpinguano lo Stato è nettamente maggiore rispetto a quella che rimane a professionisti e artigiani.

Quante tasse paga all’anno una p.iva?

Volendo fare un esempio utile, Centro Studi Unimpresa ha riportato quanto deve pagare una partita IVA che fattura 50 mila euro:
– 13.625 euro di saldo Irpef;
– 5.241 di acconto Irpef;
– 956 euro di addizionale regionale Irpef;
– 236 euro di addizionale comunale Irpef;
– 71 euro di acconto addizionale comunale Irpef;

– 53 euro come diritti alla Camera di commercio;
– 1.689 euro di Irap;
– 797 euro di acconto Irap;
– 7.191 euro di contributi previdenziali;
– 3.779 di acconto contributi previdenziali.

L’ammontare delle tasse annuali è dunque pari a 33.248 euro, ossia il 64,5% rispetto a quanto guadagnato. Nelle tasche del professionista restano 16.752 euro, ossia 1382 euro al mese.

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Ci sono vie d’uscita?

Il Presidente di Unimpresa Giovanna Ferrara dichiara che «È una situazione che vale la pena riproporre al centro dell’attenzione e al centro dell’agenda politica […] a pochi giorni dall’approvazione dell’ennesima legge di bilancio che si proponeva di essere come la svolta, proprio sul fronte della riduzione della pressione fiscale, e invece non ha cambiato alcunché. Perché sarà pur vero che è stata evitata la stangata da oltre 20 miliardi di euro con l’aumento delle aliquote Iva (e comunque è solo un rinvio, quindi fra 12 mesi ci risiamo), ma il peso delle tasse sui contribuenti, sia famiglie sia imprese, non è cambiato affatto».

Che fare allora? Non per essere pessimisti, ma meglio sapere che è possibile anche chiudere una p.iva. Come si fa, lo abbiamo spiegato qui:
>> Come si chiude una partita iva?


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