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Micromobilità e piste ciclabili, dove sta il monopattino?

Il Codice della Strada al momento NON prevede veicoli come monopattini elettrici e segway. Ma cosa dice in merito il nuovo decreto micromobilità? Dove devono circolare? Nel nostro appuntamento bisettimanale affronteremo questo tema e continueremo a progettare la nostra infrastruttura "lenta"

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Diciamo la verità, ancora non ci siamo abituati a vedere questi adulti cool che sfrecciano in monopattino elettrico con le scarpe da ginnastica e le cuffie all’ultima moda. Qualcuno lo ha definito il passo finale verso una infantilizzazione della società, a voler citare il filosofo Michel Onfray, ma noi non crediamo: crediamo piuttosto sia il segno di una maturazione di pensiero, del fatto che muoversi in maniera alternativa è possibile.

E se anche fosse divertente andare in monopattino al lavoro, sarebbe un problema? L’unico ostacolo che vediamo è nell’infrastruttura: forse la nostra stessa normativa non è “pronta” ad accogliere questi mezzi “diversi”…

Stiamo sempre parlando di mobilità sostenibile, e siccome in questo periodo si discute molto, anche nelle amministrazioni comunali, di micromobilità (monopattini elettrici, segway, monowheel e hoverboard), abbiamo deciso di aprire il nostro appuntamento del mercoledì facendo chiarezza su questo tema. Anche perché parliamo e parleremo di Codice della strada e questi veicoli NON sono al momento previsti dal Codice.

La seconda parte dell’articolo sarà invece, come di consueto, dedicata a un esempio progettuale di pianificazione di rete per la mobilità dolce.

Micromobilità, dove circolano i monopattini?

Per mesi le amministrazioni comunali hanno atteso una risposta dal ministero dei trasporti: dove e come possano circolare questi veicoli in base al Codice della strada? In effetti, fino ad ora, in Italia non è esitita una regola precisa che dicesse come comportarsi a chi utilizza un monopattino elettrico.

È del 4 giugno il decreto sulla micromobilità firmato da Toninelli, che attua la norma della legge di Bilancio 2019 e specifica nel dettaglio sia le caratteristiche dei mezzi che delle aree e strade oggetto della sperimentazione della micromobilità elettrica.

Micromobilità, cosa prevede il decreto?

La sperimentazione potrà prendere avvio da quest’estate e permetterà la circolazione in città di questi mezzi non previsti dal Codice e dunque fino ad oggi vietati.

Si stabilisce che monopattini elettrici, hoverboard, segway e monowheel potranno circolare in ambito urbano, previa delibera comunale, su:
– aree pedonali;
– percorsi pedonali e ciclabili;
– piste ciclabili in sede propria e su corsia riservata;
– zone a 30 Km/h e strade con limite di velocità di 30 km/h.

Allegato 2 (art.3) del decreto micromobilità

L’obiettivo, a seguito di questo periodo sperimentale, è quello di arrivare al più presto a una piena regolamentazione e a una normativa completa, che riguarderà sia i mezzi privati dei cittadini sia eventuali servizi in sharing.

I Comuni interessati ad avviare il programma, subito dopo la pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale, avranno il compito di specificare le aree urbane in cui sarà consentito circolare con monopattini elettrici et alias – che si tratti di piste ciclabili, corsie preferenziali o zone pedonali, come specificato poco sopra. Sarà inoltre obbligato ad occuparsi dell’allestimento di un’apposita segnaletica.

La sperimentazione dovrà essere chiesta dalle singole città entro un anno dall’entrata in vigore del regolamento del Mit, e potrà durare minimo un anno e massimo due anni.

Ecco i dettagli tecnici del decreto micromobilità

Ciò che era stato appuntato nella bozza del decreto sembra essere confermato: la potenza di questi veicoli non dovrà superare i 500 W, avranno velocità massima fissata a 20 km/h, limitata a 6 km/h nelle aree pedonali (dovrà essere garantito da un limitatore) e saranno obbligatori un segnalatore acustico e una luce frontale fissa, bianca o gialla.
L’utilizzo da parte dei minori sembra momentaneamente vincolato al possesso della patente Am, ossia quella per lo scooter.

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I comuni che istituiscono o affidano servizi di noleggio dei dispositivi in condivisione dovranno provvedere a definire aree per la sosta dei dispositivi, in particolare nei punti di scambio più elevato, per garantire una fruizione più funzionale ed evitare l’intralcio di marciapiedi e aree pedonali con dispositivi abbandonati in posizioni non consentite e non sicure per i pedoni (si veda ad esempio il caso frequente del bike sharing senza stalli fissi, che permette all’utente di lasciare letteralmente la bicicletta dove vuole…).

Progetto di un’infrastruttura per la mobilità lenta, pt.2

Eccoci all’esempio progettuale che avevamo iniziato a delineare la volta precedente.

Si era di fatto esplicitato come la pianificazione di nuovi percorsi ciclabili, come pure quella di percorsi già esistenti, comporti sei fasi:
1) pianificazione della rete (per riprendere questo punto leggi: La mobilità sostenibile è anche dolce);
2) suddivisione in segmenti;
3) esame delle varianti;
4) progettazione;
5) costruzione ed esecuzione;
6) esercizio e manutenzione.

Pianificazione della rete, punto 2

Per facilitare la comprensione, le fasi del processo per i percorsi della mobilità quotidiana e quelle per la mobilità del tempo libero saranno descritte separatamente. Si cfr. per riferimento la normativa svizzera e l’ebook scaricabile a fine articolo)

Obiettivo di questa fase è la suddivisione in segmenti della rete, che consente di esaminare le varianti progettuali e di valutarle.

 

La procedura prevede che:
– si definiscano i passaggi tra le aree insediate e quelle non insediate, di norma in concomitanza con il cambiamento di velocità (ad esempio, da 50 a 80 km/h);


– si costituiscano segmenti continui nell’abitato integrando i segmenti fuori dall’abitato di lunghezza minore di 500 m

– si costituiscano segmenti continui fuori dall’abitato integrando i segmenti nell’abitato di lunghezza minore di 500 m (ad esempio l’attraversamento di un gruppo isolato di case).

 

Perché suddividere la rete interna ed esterna all’abitato?

Di norma è bene suddividere e differenziare i segmenti dentro e fuori abitato perché all’interno solitamente:
– la velocità massima è inferiore;
– i fattori che influiscono sulla tipologia del tracciato (bivi, sottopassaggi, impianti semaforici…) sono più complessi;
– il volume di traffico è maggiore;
– la rete stradale è più fitta.

Si avrà come risultato l’ottenimento di quattro tipologie di segmenti pianificati:
1) segmenti per la mobilità quotidiana nell’abitato;
2) segmenti per la mobilità quotidiana fuori dall‘abitato;
3) segmenti per la mobilità del tempo libero nell‘abitato;
4) segmenti per la mobilità del tempo libero fuori dall’abitato.

Scarica il pdf completo dello schema Decreto mobilità.

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