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Manutenzione delle infrastrutture e patrimonio immobiliare, il buco nero è qui

Dal 2010 al 2018 otto miliardi di euro annui di spese

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A volte è vero, non serve andare sulla luna o su altri pianeti per vedere da vicino un buco nero. Nemmeno serve aver letto testi di fisica quantistica (anche se sono davvero interessanti). E siamo fortunati ad essere italiani: nel nostro paese c’è un enorme e gigantesca voragine che ogni anno si mangia risorse destinate alla manutenzione ordinaria e straordinaria di infrastrutture, patrimoni, beni pubblici e privati. Vediamo cosa ci racconta il Cresme dal suo punto di osservazione “privilegiato”.

Manutenzione ordinaria e straordinaria, quanto ci costa?

La parola chiave in questo caso è manutenzione, a cui si affiancano sicurezza e salvaguardia. Il titolo dello studio realizzato dal Consiglio nazionale degli architetti e dal Cresme (Un Paese a tempo. Per una nuova politica territoriale) attesta quanto l’Italia ha scialacquato per manutenzione ordinaria e straordinaria di ponti, viadotti, strade, gallerie, edifici tra il 2010 e il 2018.

La cifra è pari a 8 miliardi l’anno in confronto a quanto speso nei nove anni precedenti. Sempre con riferimento al periodo pre 2010, 3,8 miliardi di euro “persi” riguardano gli edifici privati, mentre 4,2 miliardi le opere pubbliche. Considerando invece l’intera fascia temporale (e non i dati anno per anno), se ne ricava che per gli edifici privati se ne sono andati ben 27,4 miliardi di euro per manutenzioni straordinarie e 6,7 miliardi per manutenzioni ordinarie; per le opere pubbliche si sono conteggiati invece 38,3 miliardi per la manutenzione straordinaria di opere pubbliche.

Per approfondire Manutenzione delle strade, la nuova ripartizione delle risorse

Il rapporto e i dati che fornisce conferiscono valore di testimonianza oggettiva alle polemiche e discussioni dei mesi scorsi conseguente ai crolli e alle catastrofi più o meno seguite dai media. Non c’è dubbio che sia necessario agire e farlo il prima possibile. In questo senso si comprende l’ammontare di 10 miliardi previsti per il Piano di dissesto idrogeologico (per cui vi consigliamo: Dissesto idrogeologico, ecco le misure del Cantiere ambiente) e tutte le altre misure previste dal governo che aspettano solo il via libera.

Da segnalare è la difficoltà di intervento e di manutenzione delle infrastrutture per cui secondo il rapporto è venuto a mancare il 25% dell’apporto monetario rispetto al periodo precedente. Meno ingente il buco delle spese per le manutenzioni in campo privato, compreso fra il 2,4% delle manutenzioni ordinarie e il 4,3% di quelle straordinarie. In questo senso c’è da considerare il rallentamento dovuto all’uso degli incentivi fiscali per le manutenzioni straordinarie. Per la manutenzione delle strade di edifici privati sono stati rilevati 28 miliardi di euro di bonus fiscali a fronte dei 51 miliardi che erano stati complessivamente destinati.

Cosa suggerisce il rapporto?

Il rapporto fornisce alcuni suggerimenti per rimediare a questo salasso:
– recuperare centralità progettuale per maggiore qualità e rapidità di spesa per gli interventi nel pubblico;
– stabilire un fondo di rotazione di 100-200 milioni per finanziare la programmazione strategica La città italiana del futuro e permettere così l’avvio di una azione di rigenerazione urbana;
– creare piani di “rinascimento urbano” in partenariato pubblico-privato diffuso plurifondo per conurbazioni da 10 mila a 150 mila abitanti.

In calce a questi suggerimenti, il Presidente del Consiglio nazionale architetti Giuseppe Cappochin dichiara che occorre ripartire – spiega Cappochin – da questi elementi per una nuova stagione politica che ponga al centro dell’azione pubblica la rigenerazione urbana da considerare come l’alternativa virtuosa alle espansioni incontrollate e all’ulteriore consumo di suolo. Servono linee nuove di risorse: non investimenti a pioggia ma un piano nazionale vero e proprio che finanzi progetti integrati di rigenerazione urbana portando a sistema i diversi livelli di risorse disponibili tra cui le agevolazioni fiscali. Un Piano caratterizzato da equità territoriale e inclusione sociale, sviluppo della cultura, della partecipazione e della “creatività collettiva” delle comunità locali; qualità dei paesaggi, degli ambienti urbani, dello sviluppo pubblico e delle architetture; riduzione del consumo di suolo agricolo e urbano, valorizzazione del territorio rurale e dell’agricoltura anche in ambito urbano e periurbano.

Per un paese come il nostro, in cui il patrimonio edilizio e infrastrutturale è in età di pensionamento da molto tempo e manifesta evidenti segni di invecchiamento (anche precoce), è evidente che le spese di manutenzione dovrebbero aumentare anno dopo anno. Il 58,7% degli edifici, sempre secondo il rapporto sopracitato, ovvero 7,2 milioni, hanno più di 50 anni e il 24% di questi gode di salute mediocre o pessima. Nemmeno gli investimenti nel nuovo d’altronde hanno dati confortanti: negli ultimi nove anni hanno subito un tracollo pari al 50% nell’edilizia privata e al 34% nelle opere pubbliche. Niente ricambio “generazionale” dunque.

Forse davvero ci conviene accodarci ad Elon Musk in direzione Marte…

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