Il risanamento ambientale e il riutilizzo produttivo di questi territori può realizzarsi solo in presenza di una nuova strategia nazionale che coinvolga Regioni, enti locali, soggetti economici e sociali interessati. In Italia un approccio simile a quello delle economie industriali più avanzate, in grado di coniugare gli obiettivi della tutela ambientale con quelli della riconversione industriale e dello sviluppo economico produttivo, è stato introdotto con l’articolo 252- bis, D.Lgs. 152/06 e con il Programma Straordinario Nazionale per il recupero economico-produttivo dei siti industriali inquinati.

Bonifica amianto dei siti inquinati di interesse pubblico

Le bonifiche dall’amianto dei siti inquinati di preminente interesse pubblico per la riconversione industriale saranno affiancate da programmi di reindustrializzazione che potranno prevedere nuovi investimenti produttivi e nuove infrastrutture con elevati standards di efficienza e sostenibilità ambientale affiancati da attività di ricerca e da sistemi di monitoraggio dei siti.

La scelta di prediligere il recupero ed il riuso rispetto alla creazione di nuovi siti industriali è in linea con le priorità della programmazione comunitaria 2007-2013 indicate dal documento “European Community Strategic Guidelines for cohesion, growth and jobs” (2005) che rilancia le sinergie tra crescita economica e tutela ambientale: “il recupero dei siti contaminati e delle aree industriali dismesse per il successivo riutilizzo a fini economici è una priorità dei Fondi Strutturali, tanto al fine di creare condizioni per attrarre nuovi investimenti, accrescere il contributo delle aree urbanizzate allo sviluppo ed alla creazione di nuovi posti di lavoro attraverso il risanamento dell’ambiente fisico”.

Bari: il caso ex Fibronit

Lo stabilimento Fibronit ha rappresentato, per mezzo secolo, di attività (1935-1985) una delle principali realtà del Paese per la produzione di cemento-amianto. Il complesso delle Officine Fibronit insiste su una superficie di circa 9 ettari che oggi, a seguito dell’espansione urbana degli anni ‘60 e ’70 della città di Bari, si trova all’interno di un’area della città densamente popolata.

Allo stato attuale uno studio analitico rivela che sono intervenute profonde modificazioni indotte dallo stabilimento ex-Fibronit. In tutto il Paese, infatti, i “brownfields”, che indicano una serie di aree industriali dismesse, ubicate in zone centrali di centri urbani, come a Bari, sono al degrado accompagnato quasi sempre da diffuso inquinamento. Quest’area, inserita nell’elenco dei siti inquinati di interesse nazionale, occupa una vasta superficie compresa tra via Caldarola, il sovrappasso Padre Pio e aree di proprietà privata.

L’ex stabilimento Fibronit, ha prodotto un’ampia gamma di manufatti di cemento-amianto: dai tubi alle lastre ondulate, dalle vasche ai manicotti, tutti prodotti a base di minerali fibrosi attualmente ritenuti cancerogeni. Nell’area della fabbrica per decenni sono stati anche stoccati i residui della lavorazione e gli scarti della produzione, colmando aree depresse e livellando estese aree per recuperare superfici utili alla movimentazione dei mezzi meccanici e alla costruzione di nuovi capannoni.

Molte aree dei nove ettari della superficie totale sono state adibite in tempi successivi a discarica di residui e scarti di lavorazione, poiché la normativa vigente all’epoca non prevedeva sistemi di raccolta e di smaltimento. La pesante eredità che questo sito si trova oggi a dover affrontare è un inquinamento diffuso degli strati superficiali del terreno e del sottosuolo non solo all’interno della fabbrica, ma anche in altre zone della città.

Anche nel momento in cui tutta l’area dello stabilimento verrà messa in sicurezza non si cancelleranno per la città di Bari le ripercussioni che le attività della lavorazione dell’amianto che ha prodotto: il tratto di costa dove venivano scaricati gli sfridi ed i fanghi di lavorazione della Fibronit registra profondi ed irreversibili mutamenti fisiografici.

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Caratteri geologici e sue modificazioni del sito

Dal punto di vista geomorfologico il territorio in cui sorge la città di Bari si inserisce nella fascia costiera delle Murge, caratterizzata dalla presenza di ampi ripiani allungati parallelamente alla costa. Su di essa poggiano, in trasgressione, calcareniti fini e biocalcareniti grossolane, di età pleistocenica, con spessori di una decina di metri. L’ultima fase sedimentaria è costituita dai Depositi Marini Terrazzati (Pleistocene superiore) rappresentati nell’area della città di Bari da depositi detritico bioclastici dunari e di cordone litorale (spessore max 7m).

Sul fondo delle “lame” affiorano lembi di depositi alluvionali costituiti da ciottoli calcareo e da materiali terrosi, derivanti dalla disgregazione e dilavamento dei calcari e delle calcareniti soprastanti. Il fenomeno carsico si sviluppa con intensità diversa sia in superficie che in profondità.

Le rocce carbonatiche di base presentano un grado di fatturazione che può essere accentuato a luoghi dal carsismo con la presenza di vuoti e cavità. Tra la formazione di base e le calcareniti trasgressive soprastanti si possono localmente rinvenire potenti banchi di terre rosse che possono anche riempire le fratture e le cavità carsiche presenti nei calcari.

In particolare, la zona occupata dall’ex stabilimento Fibronit si colloca in un’area fortemente urbanizzata, per cui le indicazioni sul sottosuolo si evincono soltanto dall’analisi delle stratigrafie dei sondaggi geognostici eseguiti. La successione stratigrafica si può riassumere come segue, partendo dalla quota del piano campagna fino al basamento:
– terreno di riporto costituito da pezzame di inerti di vario tipo misti a residui di lavorazione di cemento-amianto;
– depositi alluvionali sabbioso- limosi;
– sabbie fini e calcareniti laminate;
– terre rosse residuali;
– calcari, calcari dolomitici e dolomie della formazione dei Calcari di Bari (Cretaceo).

Per quanto attiene alla zona dello stabilimento, la formazione calcarea di base non si rinviene mai in affioramento: il tetto dei calcari risulta essere presente a quote variabili da – 2,7 m slm a – 6,8 m slm, procedendo da Nord verso Sud. Le terre rosse non costituiscono un orizzonte continuo e si rinvengono comprese tra il substrato e i depositi di cordone litorale.

Dal punto di vista idrogeologico i depositi alluvionali che costituivano il riempimento della lama esistente prima dell’insediamento svolgono attualmente un ruolo di acquifero. Infatti, dai rilievi piezometrici effettuati nella zona posta più a nord è possibile osservare due livelli piezometrici sensibilmente differenti: uno posto in corrispondenza di circa 10-20 cm sul livello del mare corrispondente alla falda profonda e riferibile alla circolazione idrica nell’acquifero carbonatico; l’altro riconducibile ad una falda sospesa tenuta dal substrato dei depositi più limosi del cordone litorale e posto a circa 40-50cm più in alto rispetto al precedente.

Lo stabilimento Fibronit in funzione della sua crescente attività produttiva, degli anni cinquanta e sessanta, rispetto alla configurazione originaria degli anni quaranta, ha ampliato e modificato sensibilmente l’originaria superficie topografica: allo spianamento per ridurre i dislivelli si è aggiunto il colmamento con sfridi e scarti di lavorazione delle aree più depresse (zona nord). La zona a nord confinante con via Caldarola è stata riempita per circa 3-4 m e attualmente risulta sopraelevata rispetto al piano stradale di circa 1,5- 2,0 metri.

Intere aree sono state riempite e livellate per creare superfici utili alla movimentazione dei mezzi e per la costruzione di nuovi capannoni. Il volume complessivo del materiale di riporto è ingente, e di natura pericolosa in quanto costituito prevalentemente da fanghi e cocciame di scarto. L’uso degli scarti di lavorazione, al tempo non regolamentato, contenenti amianto, sia in matrice cementizia sia in forma friabile, interessa a vario grado l’intera area Fibronit, fino a profondità di circa 7 metri. Nell’area dello stabilimento e anche al di sotto dei capannoni vi è la presenza di numerosi cunicoli e vasche interrate contenenti amianto.

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Nell’immagine di apertura un tratto di costa con ciottoli di materiali in eternit (Fonte: Rossella Pagliarulo et al. 2006).


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