muratura fellini calzinaz

Leggendo il testo delle NTC 2018 mi trovo nel §4.5 dove si dice che “Formano oggetto delle presenti norme le costruzioni con struttura portante verticale realizzata con sistemi di muratura in grado di sopportare azioni verticali e orizzontali. Poi spostandomi nel §11 trovo la definizione di elementi, malte, resistenze. Non riesco a trovare qualcosa che mi soddisfi per identificare la muratura.

La muratura: cos’è?

Anche vagando tra i testi della mia libreria, sono spiazzato. Chiedo aiuto al maestro Borri e lui mi propone l’IQM [nota 1] con pagine e pagine di casistiche diverse sulla base della propagazione delle sollecitazioni. Mi rivolgo allora al maestro Mastrodicasa [2] e lui ne parla tramite il principio di causa-effetto e la natura del dissesto.

In sostanza, cos’è la muratura? Non sono soddisfatto, non trovo una risposta che mi vada bene. Se parliamo di significato, il dizionario Treccani mi dice che è “costituita di elementi (pietra, laterizio) sovrapposti gli uni agli altri con l’interposizione o meno di un materiale cementante che, riempiendo i vani della m., ne collega la massa; le caratteristiche tecniche che qualificano una m. possono riferirsi ai materiali adoperati (m. di pietra, di mattoni, di cemento, mista, a secco ecc.), alla lavorazione (m. a faccia vista, a spina di pesce, a cortina di mattoni ecc.), alle funzioni costruttive (m. di fondazione, di rinforzo ecc.) o ad altri aspetti particolari dei singoli edifici”.

Se poi si vuole parlare di storia… Si è sviluppata con l’avvento delle grandi civiltà e dopo secoli di pali di legno, paglia e pelli. All’inizio il muro era realizzato a secco, sistemando pietre sbozzate una sull’altra, cercando di incastrarle al meglio possibile; fin da principio ci si è resi conto che una buona tecnica era la compattezza, cioè distribuire in maniera il più possibile regolare le forze di compressione.

Pietre squadrate, poi mattoni, poi malta

In seguito i Romani svilupparono l’opus e il muro (di pietre squadrate) rafforzato con grappe di piombo, colate allo stato fuso in alloggiamenti ricavati sulle stesse pietre; questa tecnica è stata utilizzata nelle più importanti strutture del periodo oltre che nel Colosseo; quest’ultimo, privato nel tempo di tali grappe (tolte per ricavare il piombo che veniva fuso e riutilizzato) subì notevoli danni a causa del terremoto di Roma del XIII secolo.

Parallelamente alle pietre squadrate si svilupparono anche i mattoni, inizialmente realizzati con terra e paglia lasciati essiccare al sole, fragili e poco durabili; la storia ci racconta che grazie a un incendio [3] si scoprì che l’argilla cotta diventa resistente e affidabile nel tempo.

Infine, con l’uso della malta (inizialmente calce) la muratura subì l’ultima grande svolta tecnica della sua evoluzione; ma l’evoluzione evidentemente non si è mai arrestata a giudicare dalle moderne tecnologie e sistemi costruttivi.

La sicurezza: un’incertezza.

Anche sul conto della sicurezza e del comportamento non esistono particolari certezze: basti pensare al palazzo del governo dell’Aquila (che avrebbe dovuto essere la struttura più sicura in quanto deputata alla gestione dell’emergenza) e a una qualsiasi stalla in Emilia.

Mio nonno fava i mattoni, mio babbo fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me, ma la casa mia n’dov’è? (Calzinaz, Amarcord)

Da qui partiamo per questa serie di approfondimenti, con la consapevolezza che, almeno dal punto di vista tecnico la muratura non esiste, o perlomeno non esiste una sola muratura né un solo modo di leggerla. Interpretando liberamente le parole di Calzinaz nel film Amarcord, non basta avere i mattoni per fare una muratura.

Note

[1] Indice di Qualità Muraria – Manuale delle Murature Storiche, direttore scientifico Antonio Borri, DEI Tipografia del Genio Civile
[2] Dissesti Statici delle Strutture Edilizie, Sisto Mastrodicasa, HOEPLI
[3] Le Tavole di Ebla: pani di argilla cruda incisi, arrivati a noi solo grazie a un grande incendio della biblioteca che le accoglieva, che le cosse.

Nell’immagine di apertura: Calzinaz in cantiere, da una scena del film Amarcord di Federico Fellini.

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