manifestazione per l'equo compenso a Roma

Il 30 novembre ci mobiliteremo, come professionisti italiani, per una manifestazione dedicata all’equo compenso: #sevalgo1euro. Zambrano, Presidente del Consiglio Nazionale degli ingegneri, dice: “Su questo tema per i professionisti si sta consumando l’ennesima pantomima italiana in cui viltà, incompetenza e ignoranza tentano di impedire un atto di giustizia e di civiltà sociale”.

Una pluralità di attori si aggrappa a valutazioni giuridiche incongrue, che finiscono per fare presa sugli incompetenti in materia. Naturalmente, continua Zambrano, “la novità recente è la clamorosa sentenza del Consiglio Di Stato che ha riconosciuto la congruità di un bando di gara per l’assegnazione, per un compenso simbolico di un euro, di un incarico di redazione di un importante piano urbanistico di una città del Sud”.

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L’idea su cui si base la sentenza del Consiglio di Stato è che il lavoro possa essere ricompensato con l’economia dell’immaginario, con vantaggi non ben determinati, costituiti da altri vantaggi, economicamente apprezzabili anche se non economicamente finanziari. In altre parole, non denaro ma… visibilità? Fama? Qualcosa di questo tipo.

E fin qui siamo d’accordo con Zambrano. Non siamo d’accordo con lui quando afferma che “a tutela dell’anticorruzione si è garantiti solo con un corrispettivo economico chiaro e trasparente”. Non è vero, lo vediamo con i politici. Zambrano, come aveva già fatto immediatamente dopo la pubblicazione della sentenza, continua a definirla “criminogena”, perché rischia portare i professionisti alla corruzione. Noi la definiamo criminogena perché permette di non dare un compenso giusto a chi ha svolto un lavoro. Nel caso dei progettisti e dei professionisti tecnici, il lavoro consiste nella progettazione dei luoghi in cui la gente vive o passa il tempo, che siano case popolari, ponti, piazze o altre cose progettate insieme alla PA. Il giusto compenso garantisce la qualità. E se la qualità di queste strutture non è sufficientemente buona e succede qualcosa? Non è una prospettiva incoraggiante. E non è neanche un ricatto. È un pericolo.

Il Governo contro l’equo compenso

In base alla sentenza del Consiglio di Stato, imprese, artigiani, impiegati pubblici, gli stessi giudici del Consiglio di Stato, i parlamentari, i docenti scolastici potrebbero essere chiamati a lavorare gratis in cambio di corrispettivi di immagine. E il Governo non solo non ha preso le difese dei professionisti, ma sostiene che sia possibile un corrispettivo con un altro genere di utilità.

Il punto più basso l’ha raggiunto il sottosegretario alle politiche europee, che confonde tariffe minime ed equo compenso e dimentica che le tariffe obbligatorie per i professionisti sono previste per esempio in Germania, perché tutelano soprattutto il consumatore garantendogli la qualità del lavoro e dandogli facoltà di esigerla. Alla base della presa di posizione sbagliata del Governo sta la convinzione che i professionisti siano privilegiati, avversari della libera concorrenza, interessati solo alle proprie utilità e non agli interessi dei clienti.

Sono i contenuti del discorso di Zambrano, che aggiunge: “Le professioni italiane, in particolare quelle tecniche, sono eccellenze di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso, sia per le riconosciute competenze tecniche e scientifiche, sia per gli obblighi nei confronti dei committenti, pubblici e privati, anche per effetto della recente riforma degli anni 2011 e 2012, che ha trasformato, pur in un periodo di profonda crisi economica, le nostre strutture ordinistiche”.

Tutti i doveri dei Professionisti tecnici

Come professionsiti, ricorda Zambrano, di fatto:
non abbiamo barriere all’accesso;
– abbiamo l’obbligo del preventivo scritto e dettagliato della prestazione e dei costi;
l’obbligo dell’assicurazione per i danni provocati;
l’obbligo della formazione continua;
– siamo assoggettati a precise regole deontologiche, applicate da consigli di disciplina terzi;
– abbiamo il segreto professionale;
– abbiamo obblighi di onorabilità ma anche regole e garanzie non scritte e gli Albi ne verificano costantemente la correttezza;
regole fiscali che in caso di inadempienze comportano la sospensione dall’albo;
– facciamo i conti sul mercato con le società di capitali;
– per l’affidamento di incarichi della P.A. partecipiamo a bandi pubblici con ribassi sui corrispettivi posti a base di gara;
– ultimo ma non meno importante, manteniamo da soli la nostra previdenza, con l’obbligo della sostenibilità a 50 anni e relativi costi;
– sostituiamo lo Stato in molte attività che non riesce a svolgere, in base al principio di sussidiarietà, riconosciuto dall’art.5 dello Jobs act del lavoro autonomo;
– la nostra organizzazione auto gestita rispetta le norme anticorruzione e trasparenza e gli altri obblighi cui sono sottoposte le pubbliche amministrazioni.

Questi impegni comportano costi obbligatori di migliaia di euro, “oltre a quelli del mantenimento degli studi professionali, che non esistono per nessun altro professionista in nessuna altra nazione al mondo” non avendo, in Italia, più tariffe minime e sostegni sociali di nessun genere “ma avendo redditi in fase calante e per alcune categorie prossimi alla soglia di povertà”.

Equo compenso: la manisfestazione a Roma

Insomma, il succo del discorso è che chiedere il riconoscimento di un equo compenso va nella direzione della tutela del committente, come hanno riconosciuto anche le associazioni di consumatori. Ecco da dove nasce la campagna, portanta avanti da RPT con il CUP e Inarcassa, #sevalgo1euro, cui hanno risposto migliaia di iscritti e associazioni. Ed ecco da dove nasce l’esigenza di una manifestazione, insieme alle altre professioni ordinistiche, del 30 novembre a Roma, in occasione della quale la politica dovrà dare una risposta chiara. “L’equo compenso è un diritto, non è un regalo”.


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