Ordine di demolizione solo nel caso in cui l’opera edilizia sia stata realizzata senza rispettare le Norme Tecniche per le Costruzioni, multa in caso di violazione formali: è quanto ha concluso la Corte di Cassazione con la sentenza 18481/2017. Ma se fosse approvato il ddl Falagna??

I giudici hanno precisato che si ricorre alla demolizione in caso di violazione sostanziale delle NTC e anche in quei casi in cui l’edificio sia stato realizzato in assenza di un progetto esecutivo redatto da un tecnico abilitato, dato che questi aspetti incidono sulla realizzazione tecnica e ne compromettono la sicurezza. Multa, invece, per le violazioni formali, come per esempio il mancato preavviso all’Ufficio Tecnico o l’assenza dell’autorizzazione preventiva rilasciata dal Comune.

Nel caso specifico, che ha portato alla suddetta sentenza, una serie di manufatti edilizi erano stati realizzati in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale e sismico pur non avendo l’autorizzazione  dell’ufficio tecnico competente prevista le zone sismiche. Ad aggravare ulteriormente la situazione bisogna considerare che queste opere non fossero state realizzate sulla base di un progetto esecutivo sottoscritto da un professionista abilitato. Ai sensi dell’art. 98, comma 3 del Dpr 380/2001 la Cassazione ha spiegato che, in presenza di opere realizzate in violazione della normativa antisismica, il giudice ordina la demolizione. Prescrizioni per renderle conformi nel caso in cui le opere possano essere messe in sicurezza.

Il decreto Falagna

Fino ad oggi, come abbiamo visto nel caso della sentenza 18481/2017, la decisione sulle demolizioni era affidata alla magistratura ma qualcosa potrebbe cambiare, infatti è prossimo al voto in Senato il ddl 580-B noto anche come “decreto Falagna” che si propone di cambiare le regole sulla demolizione delle abitazioni abusive.

In sostanza con l’attuazione del decreto si organizzerebbe una vera e propria classifica delle priorità per l’abbattimento. Gradino più basso in questa graduatoria per “l’abuso per necessità”, ovvero: non è possibile procedere con la demolizione nel caso in cui chi abbia commesso l’abuso edilizio non abbia un alloggio alternativo e questo anche nel caso si tratti di una villa o di un edificio ubicato in un’area protetta. Nel testo viene specificato che all’ultimo posto delle priorità sono posizionati “gli immobili abitati la cui titolarità è riconducibile a soggetti appartenenti a nuclei familiari che non dispongano di altra soluzione abitativa”; pertanto dovranno essere segnalati “alle competenti amministrazioni comunali” gli edifici “in possesso di soggetti in stato di indigenza”.

Le attese che venga approvato il decreto sono tante quante le opposizioni. Un appello, firmato da ambientalisti, urbanisti e scrittori, è stato inviato al Presidente della Repubblica e al Presidente del Senato con la richiesta di fermare “una legge blocca demolizioni che legalizza in modo perenne l’abusivismo edilizio”.

Inoltre, si sottolinea che “L’aspetto più grave del provvedimento è che la sua applicazione non ha limiti di tempo, a differenza dei condoni. Questo significa che fra tre mesi, un anno o due chiunque potrà edificare una villa sulla costa, in una vallata o in qualunque altro luogo avendo i requisiti di necessità. Significa, inoltre, che da questa norma l’abusivismo riceverà ulteriori stimoli e la criminalità organizzata potrà realizzare case abusive in spregio alla legge attraverso prestanome”.

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