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La terra trema, balla, si scuote un po’, e mentre noi dissertiamo di catene, isolatori e dissipatori, lei si fa beffe di noi e continua i suoi movimenti imperterrita. Alla fine ogni terremoto ci coglie impreparati e se a ogni scossa segue un fiume di parole e polemiche, poi pian piano la cosa si placa e nessuno ne parla più, fino alla scossa successiva su cui si concentra l’attenzione generale in un misto di rabbia e fatalismo.

Ma se sbirciamo la storia dei terremoti in Italia ci accorgiamo che non c’è territorio che non si sia mosso almeno una volta, almeno un po’; ci sono addirittura zone in cui le danze sembrano avere appuntamenti fissi e cadenzati.

Ricostruire dov’era e com’era?

A fronte di tutto ciò, da architetto faccio una riflessione un po’ azzardata e di sicuro provocatoria: è davvero sensato ricostruire “dov’era com’era”? (teoria del restauro che sembra andare per la maggiore dopo ogni sisma catastrofico). Nell’immaginario collettivo “com’era” sembra essere la miglior soluzione per difendere le proprie origini e preservare le proprie radici; ma ha senso, quando quelle radici sprofondano in un terreno cedevole, instabile, capace di tutto fuorché di “preservare”?

In sintesi, cos’è la prevenzione sismica? È davvero solo una questione tecnica? O è piuttosto, e in primis, una programmazione urbanistica con cui riordinare i luoghi e le aree edificabili? Nessuna aggregazione urbana nasce per caso, ma spesso si evolve in maniera incongrua.

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Così capita che un borgo di pastori e greggi in transumanza diventi un paese con abitanti stanziali. E’ il caso di Roscigno Vecchia, borgo del Cilento dove non è mai stato facile vivere a causa della posizione alla confluenza tra il torrente Ripiti e il fiume Calore. Frane e fango investivano il paese, si cercava di imbrigliare il terreno, ma questo scantonava sempre, tanto che negli anni Roscigno si è spopolata.

Nello scorso 2016 abbiamo guardato con orrore e incredulità al sisma che ha portato morte e distruzione nell’Appenino centrale, non sapendo, o avendo dimenticato, che proprio Amatrice e Accumoli sono state ripetutamente distrutte e poi ricostruite. La storia sismica di Amatrice ci dice infatti che è stata colpita da terremoti catastrofici nel 1672, 1703, 1859 e 1883, esattamente come Accumoli.

La mia domanda, dunque, è: ha senso ricostruire ancora lì? E come ricostruire, eventualmente, per non snaturare l’identità dei luoghi? A un’analisi geosismologica l’area tra i comuni di Norcia e Amatrice risulta a grave rischio sismico, con presenza di diversi segmenti di faglia.

La sequenza sismica dello scorso anno avrebbe causato, sui due lati di rottura della faglia, uno scorrimento dei due lembi della crosta terrestre e un abbassamento del terreno di 15-20 cm. Ha inoltre provocato effetti idrogeologici non trascurabili nella zona, e sul Monte Vettore si è aperta un’enorme spaccatura causando una frana. Ora, mi chiedo, le conoscenze ingegneristiche e le nuove tecnologie antisismiche sono davvero sufficienti?

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La Basilica di San Benedetto a Norcia è un esempio emblematico. Costruita, secondo la leggenda, presso la casa natale di San Benedetto, fu ristrutturata all’interno in forme barocche dopo un sisma che la danneggiò pesantemente. Il terremoto dell’Aquila del 1703 distrusse il campanile che fu poi ricostruito riprendendo il precedente medievale. E continuò a riportare danni e lesioni in vari movimenti tellurici fino al 30 ottobre 2016, quando collassò quasi completamente.

A gran voce si leva ora la richiesta popolare di ricostruire la basilica “dov’era com’era”. Ma se “dov’era” è problema facilmente risolvibile, mi chiedo in cosa consisterebbe il “com’era”.

Con quale tecnologia, con quali materiali, con quali accorgimenti antisismici tali da essere efficaci e da mantenere contemporaneamente i caratteri della preesistente cattedrale?
E questo vale anche per l’edilizia minore. Perchè il requisito primario di un’abitazione è quello di accogliere, riparare, mettere al sicuro, ma se il territorio su cui sorge è inadeguato a tale funzione, come rispondere a questo requisito?
Lancio la sfida ai colleghi.


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