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Direttiva UE Case Green. Non è una tassa iniqua, è una chance per avere futuro

La direttiva EPBD è la medicina che il medico (Comunità europea) ci propone di assumere per guarirci dai mali (cambiamenti climatici e crisi energetica). L'Ing. Sergio Pesaresi analizza la questione e ci spiega l'importanza di tali misure

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Direttiva ue case green

(di S. Pesaresi) Case Green. All’improvviso si è sollevato un polverone. In pochi giorni è diventato oggetto di dibattiti accesi sui giornali, in televisione e sui social, e di prese di posizione da parte di politica, economia, mondo dell’edilizia. Si è parlato di difesa della Patria e di patrimoniale nascosta.

E invece la direttiva europea EPBD ribattezzata ora Case Green è solo una tappa di quel lungo percorso che chiamiamo “transizione ecologica”, l’unico percorso che ci può permettere di avere un futuro.

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Cerchiamo allora di comprenderla a fondo per poi verificare quale impatto può avere sulla nostra società e sulle nostre tasche.

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Direttiva UE case Green: due sfide da vincere

La nostra società ha di fronte a sé due sfide importanti: la lotta ai cambiamenti climatici e la crisi energetica. Le due sfide hanno un denominatore comune: le fonti fossili, quali petrolio, gas naturale, metano. È scientificamente dimostrato, infatti, che i cambiamenti climatici sono causati dall’enorme quantità di CO2, che emettiamo quotidianamente nell’atmosfera, prodotta dalla combustione delle fonti fossili che bruciamo per ottenere energia, mentre la difficoltà a reperire energia, che determina per le note leggi del mercato anche un aumento di costo, è la conseguenza delle limitazioni all’acquisto del gas e del petrolio russo che l’Europa e l’Italia hanno deciso per evitare di finanziare la criminale invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

È evidente che le due sfide potranno essere vinte solo quando avremo eliminato il denominatore comune che le unisce e cioè quando avremo eliminato il bisogno di ricorrere alle fonti fossili per produrre energia. Ma sappiamo anche che questo traguardo deve essere il più ravvicinato possibile dato che il rischio che incombe è, nientepopodimenoche l’estinzione della vita umana sulla Terra. E scusate se è poco.

Se la crisi energetica ha origine recente, i cambiamenti climatici vengono, invece, da lontano e sono da tempo al centro di iniziative di respiro mondiale, come le COP, le Conferenze delle Parti (cioè degli Stati aderenti alla Convezione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che l’ONU organizza ogni anno per cercare una strada e un impegno comune.

L’Europa è il motore trainante di queste Conferenze sul clima, presentandosi con un unico rappresentante che parla a nome dell’intera Unione.

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L’equazione della crisi

L’equazione che governa le nostre crisi ci dice che la produzione di energia da fonti fossili ha come conseguenza le emissioni di CO2 che sono causa dei cambiamenti climatici. Pertanto la soluzione sta nel ridurre drasticamente il nostro fabbisogno energetico e generare l’energia necessaria esclusivamente attraverso l’uso di fonti rinnovabili, in primis l’energia fotovoltaica e l’energia eolica, abbandonando per sempre l’uso delle fonti fossili, ed eliminando così le emissioni di gas clima-alteranti.

Chi è il responsabile delle emissioni? Facile, chi consuma energia. Chi consuma energia? Principalmente gli edifici che sono responsabili del 40% del consumo di energia e del 36% delle emissioni di gas a effetto serra associate all’energia, perché i due terzi dell’energia consumata per riscaldare e raffrescare gli edifici provengono ancora da combustibili fossili.

All’energia utilizzata dagli edifici è inoltre imputabili circa metà delle emissioni del particolato fine (PM2.5) dell’UE, che sono all’origine di malattie e morti premature.

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Le direttive EPBD

Per questi motivi l’Unione Europea ha posto l’efficientamento energetico degli edifici (quelli nuovi e quelli esistenti) come sua priorità di azione. A questi motivi si unisce ora la lotta alla povertà energetica che sta creando problemi economici e abitativa ai ceti più deboli e disagiati della popolazione.

Ha emanato una serie di direttive che vanno sotto la sigla EPBD (Energy Performace Building Directive – Direttive sulla prestazione energetica degli edifici) inaugurata dalla 2002/91/CE a cui è succeduta la “mitica” 2010/31/UE che ha introdotto il concetto, allora rivoluzionario, di edificio nZEB – edificio ad energia quasi zero.

Nel 2018 è stata pubblicata la terza direttiva EPBD 2018/844/UE che ha aggiornato le direttive precedenti alla luce degli impegni presi alla COP 21 tenutasi a Parigi nel 2015.

Nel dicembre 2019 la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha presentato il Green Deal Europeo, progetto inter-generazionale che ha come obiettivo la decarbonizzazione dell’Europa con l’azzeramento al 100% delle emissioni clima-alteranti entro il 2050. Un progetto ambizioso ma necessario.

Il 14 luglio 2021 la stessa Commissione ha poi varato il pacchetto climatico Fit for 55% che fissa al 2030 il raggiungimento della tappa intermedia di taglio delle emissioni al 55%.

È chiaro che per raggiungere questi obiettivi che, ripeto, rappresentano l’unica possibilità per garantire la sopravvivenza della nostra specie sul questo pianeta, si rende necessario procedere spediti e con le idee ben chiare. Si è reso pertanto necessario aggiornare la direttiva 2018/844/UE agli obiettivi previsti, successivamente alla sua pubblicazione, dal Green Deal Europeo e dal Fit for 55%.

La Commissione Europea si è messa al lavoro ed ha preparato la bozza con le modifiche che riteneva necessarie e le ha pubblicate il 15 dicembre 2021. Nell’ottobre 2022 il  Consiglio dei ministri dell’energia dell’Unione europea ha dato le sue indicazioni per alcune modifiche al testo che dovrà essere approvato di concerto dagli organi decisionali della UE: la Commissione, il Parlamento e il Consiglio.

Il 9 febbraio la bozza aggiornata verrà discussa in sede di Commissione energia.

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Direttiva UE case Green: la bozza di revisione

Quali sono i punti salienti contenuti in questa revisione?

L’ondata di ristrutturazioni

La revisione propone la strategia chiamata “Un’ondata di ristrutturazioni” con la quale riqualificare energeticamente gli edifici non più adeguati e performanti. Questa ondata deve essere gestita attraverso i Piani di Ristrutturazione di cui i singoli Stati si devono dotare e che devono comprendere anche il necessario piano di sostegno finanziario e amministrativo.

L’art. 3 recita: Ogni Stato membro stabilisce un piano nazionale di ristrutturazione degli edifici per garantire la ristrutturazione del parco nazionale di edifici residenziali e non residenziali, sia pubblici che privati, al fine di ottenere un parco immobiliare decarbonizzato e ad alta efficienza energetica entro il 2050, allo scopo di trasformare gli edifici esistenti in edifici a emissioni zero.

Si evince pertanto e fin da subito che il riferimento della direttiva non sono i singoli cittadini degli Stati membri ma gli Stati stessi che devono mettere in campo un Piano, tecnico, economico e finanziario, per gestire al meglio l’ondata di ristrutturazioni auspicata.

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Nuove norme minime di prestazione energetica

Una delle principali novità della revisione è l’introduzione di norme minime di prestazione energetica per innescare la trasformazione necessaria del settore. Il concetto ispiratore può essere così riassunto: l’edilizia è parte fondamentale del problema energetico (e di conseguenza climatico) ma può anche diventarne la soluzione. E la soluzione è rappresentata dagli interventi di efficientamento energetico a cui devono essere sottoposti gli edifici più energivori che, purtroppo, rappresentano la stragrande maggioranza delle nostre case.

E solo il caso di accennare che un edificio energeticamente poco efficiente è anche un edificio con un basso comfort abitativo. I due aspetti viaggiano in parallelo. Pertanto riqualificare un edificio comporta una minore spesa energetica ma anche un maggior benessere abitativo. La bozza infatti precisa che:

“La ristrutturazione degli edifici comporta due impatti economici positivi ampiamente riconosciuti:

  1. la diminuzione dei costi energetici che allevia così la povertà energetica;
  2. l’aumento del valore degli edifici più efficienti dal punto di vista energetico.

I vantaggi di una bolletta energetica più bassa sono persino più rilevanti in un contesto di prezzi energetici elevati come è quello attuale”.

L’ondata di ristrutturazioni, sostiene la bozza, “creerà posti di lavoro, stimolerà l’innovazione, aumenterà i vantaggi del mercato interno per i prodotti da costruzione e gli elettrodomestici e inciderà in maniera positiva sulla competitività della filiera dell’edilizia e dei settori correlati. Gli edifici non attraversano le frontiere, ma i finanziamenti relativi agli edifici, così come le tecnologie e le soluzioni installate al loro interno, dall’isolamento, alle pompe di calore, a vetri efficienti o ai pannelli fotovoltaici, invece sì.

L’azione dell’Unione porta a una modernizzazione delle normative nazionali nel settore degli edifici per conseguire gli obiettivi di decarbonizzazione, aprendo mercati più ampi per i prodotti innovativi a livello globale e consentendo riduzioni dei costi quando sono più necessari, nonché la crescita industriale”.

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L’edificio a emissioni zero

La direttiva 2010/31/UE aveva introdotto il concetto di nZEB, edificio ad energia quasi zero, ora la bozza di revisione introduce il nuovo concetto di edificio a emissioni zero: edificio ad altissima prestazione energetica in linea con il principio dell’efficienza energetica al primo posto e nel quale il fabbisogno molto basso di energia è interamente coperto da fonti rinnovabili a livello di edificio, distretto o comunità laddove tecnicamente fattibile (in particolare l’energia generata in loco, fornita da una comunità di energia rinnovabile o da energia da fonti rinnovabili o calore di scarto da un sistema di teleriscaldamento e teleraffrescamento).

Gli edifici a emissioni zero diventano la norma per gli edifici nuovi e il livello da conseguire mediante una ristrutturazione profonda a partire dal 2030. Gli edifici a emissioni zero rappresentano la visione per il parco immobiliare nel 2050.

Il consumo totale annuo di energia primaria di un edificio nuovo a zero emissioni deve rispettare le soglie massime indicate per le diverse zona climatica dell’UE. L’Italia, che è parte della zona climatica mediterranea, dovrà rispettare i seguenti requisiti minimi, requisiti che non sono comunque difficili da raggiungere:

Edificio residenziale Edificio per uffici Altri edifici non residenziali*
Zona mediterranea <60 kWh/(m2.a) <70 kWh/(m2.a) < edificio a energia quasi zero: consumo totale di energia primaria definito a livello nazionale

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Le tempistiche

Un aspetto che ha sollevato aspre critiche è la tempistica di questi interventi proposta dalla bozza:

  • edifici di nuova costruzione – Gli Stati membri provvedono affinché, a decorrere dalle date seguenti, gli edifici di nuova costruzione siano a emissioni zero.
dal 1° gennaio 2027 gli edifici di nuova costruzione occupati da enti pubblici o di proprietà di questi ultimi
dal 1° gennaio 2030 tutti gli edifici di nuova costruzione
  •  edifici esistenti
gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici classe energetica F dal 1 gennaio 2027 classe energetica E dal 1 gennaio 2030
gli edifici e le unità immobiliari non residenziali classe energetica F dal 1 gennaio 2027 classe energetica E dal 1 gennaio 2030
gli edifici e le unità immobiliari residenziali classe energetica F dal 1 gennaio 2030 classe energetica E dal 1 gennaio 2033

Nota: il 9 febbraio 2023 verrà esaminata la bozza di revisione pubblicata dalla Commissione europea il 15/12/2021 COM(2021) 802 final, che è attualmente l’unica presente sul sito della Comunità europea, alla quale si fa riferimento in questo articolo, e che riporta, per gli edifici e le unità immobiliari residenziali, la previsione di classe F dal 2030 e classe E dal 2033. Ci sono proposte di variazioni, per ora riservate e che sono state pubblicate su alcuni siti, che parlano invece di classe E dopo il 2030 e classe D dopo il 2033. Ma, in realtà, cambia poco.

Secondo i dati ANCE ci sono in Italia 12,2 milioni di edifici residenziali e di questi oltre 9 milioni appartengono alla classe G, che rappresenta la classe meno efficiente nella scala adottata dall’Italia (la scala dell’efficienza energetica riprende la classificazione adottata anche per le lampadine e gli elettrodomestici che va dalla G – la meno performante – alla A e poi procede con la A1 fino alla A4, la classe più efficiente).

In pratica la bozza prevede di migliorare l’efficienza degli edifici più scadenti fra il 2030 e 2033 per poi, spiccare il volo, graduale, verso il traguardo 2050 della completa decarbonizzazione dove tutti gli edifici, cioè, saranno edifici ad emissioni zero. La bozza prevede che questo percorso successivo sia gestito dai singoli Stati: “Nella tabella di marcia contenuta nel proprio Piano di Ristrutturazione, gli Stati membri stabiliscono scadenze specifiche entro le quali gli edifici dovranno ottenere classi di prestazione energetica superiori a quelle indicate al presente paragrafo entro il 2040 e il 2050, in linea con il percorso di trasformazione del parco immobiliare nazionale in edifici a emissioni zero”.

Il tema delle tempistiche, si diceva, ha suscitato inevitabilmente perplessità e critiche. Ma è un tema necessario. Se siamo in cammino (la transizione ecologica) e dobbiamo raggiungere il rifugio posto molto  più in alto (il traguardo a zero emissioni del 2050) è chiaro che dobbiamo salire di quota e darci delle tappe intermedie per arrivare al rifugio prima che sopraggiunga la notte. E ogni tappa richiede di salire di quota.

Un aspetto che una delle prime stesure della bozza conteneva e che stato eliminato a seguito delle critiche piovuto da più parti era la limitazione alla vendita e alla concessione in affitto degli edifici non, ancora, in regola con queste scadenze. Ora questa previsione è stata eliminata.

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Un secondo aspetto molto temuto, di cui ho già accennato, era la paura che questa ondata di ristrutturazioni prevista dalla bozza fosse a carico dei singoli proprietari. Invece la bozza prevede che siano gli Stati, e non il loro cittadini, a farsi carico dell’efficientamento energetico degli edifici, mettendo in campo strumenti economici e finanziari di supporto:

“Conformemente all’articolo 15 (Incentivi finanziari e barriere di mercato), gli Stati membri sostengono il rispetto delle norme minime di prestazione energetica mediante tutte le seguenti misure:

  • misure finanziarie adeguate, in particolare quelle destinate alle famiglie vulnerabili, alle persone in condizioni di povertà energetica o che vivono in alloggi di edilizia popolare;
  •  assistenza tecnica, anche attraverso sportelli unici;
  • regimi di finanziamento integrati;
  • eliminazione degli ostacoli di natura non economica, tra cui la divergenza di interessi;
  • monitoraggio dell’impatto sociale, in particolare sui più vulnerabili”.

In merito alla tempistica, che a molti sembra eccessivamente stringente, i membri degli organismi che concorrono all’approvazione finale della bozza dovranno farsi rappresentanti di queste istanze (ricordo che la direttiva dovrà essere approvata dal Parlamento, l’unica istituzione che è espressione democratica della volontà dei cittadini d’Europa).

Inoltre non scordiamoci che l’Italia, grazie all’esperienza tuttora in corso legata agli incentivi fiscali del Superbonus 110%, possiede ormai la capacità ed il necessario know-how per ottemperare a tempistiche che saranno comunque e necessariamente  ristrette.

Altro aspetto ritenuto da molti problematico è la necessità di prevedere deroghe per i tanti edifici di pregio con vincoli statali o locali. La bozza di direttiva affronta l’argomento e delega gli Stati in questi termini:

“Gli Stati membri possono decidere di non applicare le norme minime di prestazione energetica per le categorie edilizie seguenti:

  • edifici ufficialmente protetti in virtù dell’appartenenza a determinate aree o del loro particolare valore architettonico o storico, nella misura in cui il rispetto delle norme implichi un’alterazione inaccettabile del loro carattere o aspetto;
  • edifici adibiti a luoghi di culto e allo svolgimento di attività religiose;
  • fabbricati temporanei con un tempo di utilizzo non superiore a due anni, siti industriali, officine ed edifici agricoli non residenziali a basso fabbisogno energetico, nonché edifici agricoli non residenziali usati in un settore disciplinato da un accordo nazionale settoriale sulla prestazione energetica;
  • edifici residenziali che sono usati o sono destinati ad essere usati meno di quattro mesi all’anno o, in alternativa, per un periodo limitato dell’anno e con un consumo energetico previsto inferiore al 25 % del consumo che risulterebbe dall’uso durante l’intero anno;
  • fabbricati indipendenti con una superficie utile coperta totale inferiore a 50 m2.

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Passaporto di ristrutturazione

Per evitare problemi tecnici e, soprattutto, economici, la bozza di revisione della direttiva prevede anche che gli interventi di ristrutturazione possano essere svolti per fasi diluite negli anni. Questa modalità di intervento può essere eseguita utilizzando lo strumento chiamato Passaporto di ristrutturazione che avrà le seguenti caratteristiche:

“Entro il 31 dicembre 2024 gli Stati membri introducono un sistema di passaporto di ristrutturazione che sarà conforme ai requisiti seguenti:

  • è rilasciato da un esperto qualificato e certificato previa visita in loco;
  • comprende una tabella di marcia di ristrutturazione che stabilisce una sequenza di fasi di ristrutturazione che si integrano l’una sull’altra ai fini della trasformazione di un edificio in un edificio a zero emissioni entro il 2050;
  • indica i benefici attesi in termini di risparmio energetico, risparmi sulle bollette energetiche e riduzioni delle emissioni operative di gas a effetto serra, nonché i benefici più ampi in termini di salute e comfort e il miglioramento della capacità di adattamento dell’edificio ai cambiamenti climatici;
  • contiene informazioni sulle possibilità di sostegno finanziario e tecnico.

Una transizione equa verso la neutralità climatica, inclusiva e non penalizzante per le famiglie vulnerabili”.

La bozza di revisione si preoccupa anche delle conseguenze economiche che l’ondata di ristrutturazioni potrebbe portare con sé e dedica loro queste considerazioni:

“Gli edifici inefficienti sono spesso legati alla povertà energetica e a problemi sociali. Le famiglie vulnerabili sono particolarmente esposte all’aumento dei prezzi dell’energia, in quanto spendono una quota maggiore del loro bilancio in prodotti energetici. Riducendo gli importi eccessivi delle bollette energetiche la ristrutturazione edilizia può sollevare le persone dalla povertà energetica e anche prevenirla. Nondimeno, la ristrutturazione degli edifici non è gratuita ed è essenziale garantire che l’impatto sociale dei costi di ristrutturazione sia tenuto sotto controllo, con particolare riguardo alle famiglie vulnerabili.

L’ondata di ristrutturazioni non dovrebbe lasciar indietro nessuno e dovrebbe essere colta come un’opportunità per migliorare le condizioni di vita delle famiglie vulnerabili e assicurare una transizione equa verso la neutralità climatica. Gli incentivi finanziari e altre misure politiche dovrebbero quindi essere destinati in via prioritaria alle famiglie vulnerabili, alle persone in condizioni di povertà energetica e alle persone che vivono in alloggi di edilizia popolare, e gli Stati membri dovrebbero adottare misure per prevenire gli sfratti dovuti alle ristrutturazioni. La proposta della Commissione di raccomandazione del Consiglio “Garantire una transizione giusta verso la neutralità climatica” offre un quadro comune e una visione condivisa delle politiche globali e degli investimenti necessari per garantire l’equità della transizione”.

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Una considerazione finale

La direttiva EPBD è la medicina che il medico (la Comunità europea) ci propone di assumere per guarirci dai mali (i cambiamenti climatici e la crisi energetica) che potrebbero causarci conseguenti pesanti se non addirittura tragiche. La transizione ecologica è sicuramente un percorso non facile, non semplice e non indolore ma è l’unico che può garantire un futuro a noi e ai nostri figli.

L’articolo è di Sergio Pesaresi, Ingegnere civile, progettista specializzato in costruzioni ecosostenibili e di bio-architettura. È consulente e docente dell’Agenzia CasaClima di Bolzano. Progettista di case passive certificato dal Passvhaus Institut di Darmstadt (D) e accreditato presso il PHI-Ita di Bolzano. Supervisor della Fondazione ClimAbita e SouthZeb designer. Tecnico base di ARCA e Tecnico ufficiale Biosafe Certificato EES Avanzato – Esperto in Edilizia Sostenibile italiana. Studioso delle tematiche del Paesaggio e della Mobilità Sostenibile. È docente in corsi di aggiornamento professionale e consulente di Fisica Edile.

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Foto:iStock.com/Panuwat Dangsungnoen


1 COMMENTO

  1. bellissimo articolo di un ingegnere. Io sono avvocato: mi piacerebbe che l’Unione prevedesse una direttiva che entro il 2050 vi porti tutti a dover ricorrere alla mie consulenze 5 volte l’anno per prevenire l’insorgenza di possibili cause.
    In fondo, chi è “ricco” (locuzione abbastanza ampia) non avrà problemi a pagarmi e avrebbe un grande risparmio prevenendo l’insorgenza di future cause sicuramente più costose. Chi è povero qualcuno gliele pagherà… si previene la “povertà giuridica” per i meno abbienti che non possono ricorrere agli avvocati non avendo reddito sufficiente, si favorisce il settore legale che avrà grande rilancio, e saremo tutti felici e contenti…
    Che dire… speriamo la facciamo. Se no guadagnate solo voi ingegneri o sedicenti tali.

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