Tutti in Classe A, i risultati sorprendenti delle termografie realizzate sugli edifici de L'Aquila

Ad un mese dalla pubblicazione del rapporto Tutti in Classe A, Legambiente è recentemente tornata sul tema dell’efficienza energetica negli edifici analizzando le nuove costruzioni che, grazie al progetto C.A.S.E., sono state restituite agli abitanti de L’Aquila dopo il terremoto che ha sconvolto il territorio nel 2009.

Tutti in Classe A è una campagna promossa da Legambiente con l’obiettivo di mettere in luce l’importanza dell’efficienza energetica in edilizia e nel primo rapporto, pubblicato in giugno, erano contenuti i risultati che una squadra di esperti , mobilitata lungo tutta la nostra penisola, ha prodotto grazie alle analisi termografiche su edifici di nuova costruzione e ristrutturati.  Ne è emerso uno scenario nel quale anche case certificate in classe A denotavano gravi patologie dal punta di vista delle dispersioni energetiche, in particolare a causa dei ponti termici.

Ma cosa evidenzia l’analisi termografica? Utilizzando una termocamera ad infrarossi e puntandola verso la facciata dell’edificio presa in esame si cattura un’immagine nel campo emissivo degli infrarossi che attraverso un gradiente cromatico permette di leggere il gradiente termico della superficie. Solitamente il gradiente cromatico varia da colori caldi (bianco/giallo) per indicare le temperature più alte, a colori freddi (blu/nero) per indicarne le più basse, passando da colori intermedi quali il rosso e il viola.

Laddove siano presenti contrasti cromatici accentuati, maggiore risulta essere il gradiente termico sulla superficie esterna dell’edificio e a maggiori gradienti termici corrisponde maggior facilità di passaggio di energia dall’interno verso l’esterno e viceversa. Ne consegue una maggiore dispersione termica nei punti dove questo gradiente è più visibile: è il fenomeno dei ponti termici, ovvero zone in cui viene a crearsi una strada di favore, appunto un ponte, per il passaggio dell’energia termica attraverso la parete.

Fin qui nulla di strano, per tutti gli addetti ai lavori il fenomeno è conosciuto e trattato in maniera dettagliata anche da una normativa tecnica, la UNI EN ISO 14683. E infatti la legislazione in materia di prestazioni energetiche in edilizia, a partire dalla ormai lontana direttiva comunitaria 2002/91/CE, il decreto legislativo 192/2005 coordinato con il decreto legislativo 311/2006 di recepimento di tale direttiva, il d.P.R. 59/2009 in cui sono definiti i criteri, i metodi di calcolo e i requisiti minimi per l’efficienza energetica degli edifici sino alle Linee Guida Nazionali sulla Certificazione Energetica degli Edifici (d.m. 26 giugno 2009), anche avvalendosi di un’ampia e scrupolosa normativa tecnica in materia, ha introdotto in Italia strumenti e metodi di progettazione vincolanti per marginare i fenomeni delle dispersioni energetiche, anche a partire dai ponti termici.

Ecco allora che alla luce dei risultati del rapporto di Legambiente qualcosa non quadra. Su 91 nuovi edifici analizzati, costruiti a valle dei recepimenti normativi, quasi tutti presentano evidenti criticità. “Su quasi tutti gli edifici (anche per alcuni che si promuovono come “biocase” o “a basso consumo energetico”) si ravvisano, attraverso le termografie, ricorrenti problemi di elementi disperdenti con distribuzione di temperature superficiali estremamente eterogenee soprattutto fra tamponature e strutture portanti in cemento armat””. La cosa non migliora per gli edifici ristrutturati.

E sulla falsa riga di quanto evidenziato nel rapporto di giugno, ecco che i risultati sugli edifici costruiti dopo il terremoto in Abruzzo non si discostano dalla tendenza nazionale. A L’Aquila sono state analizzate tutte e 16 le tipologie di edifici costruiti nell’ambito del Progetto C.A.S.E. distribuiti nelle 19 aree di intervento e le analisi termografiche hanno evidenziato in sette tipologie di edifici “criticità nella tenuta termica delle superfici opache esterne con particolari evidenze in corrispondenza delle strutture portanti in cemento armato, i solai delle strutture in aggetto e le logge“. Eppure “la tesi è che oggi non esiste alcuna ragione economica o tecnica che possa impedire che tutti i nuovi edifici siano in Classe A di certificazione energetica. E che la crisi economica renda ancora più urgente questa prospettiva”.

I più recenti studi hanno evidenziato che costruire in Classe A nella peggiore delle ipotesi incide del 10% sui costi di costruzione, che attualmente si attestano attorno ai 1.000 euro al metro quadro, a fronte di edifici, tra quelli analizzati, venduti anche a 3.000/4.000 euro al metro quadro. Eppure l’edificio in Classe A potrebbe far risparmiare alla singola famiglia dai 1.000 ai 2.000 euro all’anno sulla bolletta energetica.

È allora il caso di puntare il dito contro la pubblica amministrazione che, escludendo poche regioni e province autonome, non ha completato la normativa e definito in maniera insindacabile sanzioni per gli inadempimenti sulle prestazioni energetiche, prima fra tutte la certificazione energetica, per la quale, è stato più volte detto, pesa una procedura di infrazione sull’Italia e un deferimento alla Corte di Giustizia da parte della Commissione Europea.

È il caso di puntare il dito sugli enti locali, che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno aggiornato i propri regolamenti edilizi con disposizioni in materia energetico-ambientale eppure vigenti a livello nazionale e non si sono adoperati per formare i propri tecnici sensibilizzandoli sul tema dell’efficienza energetica e creando strutture all’interno degli uffici tecnici comunali in grado di analizzare la documentazione in ordine al contenimento dei consumi energetici in edilizia, documentazione che eppure gli uffici tecnici recepiscono all’atto dell’istruzione delle pratiche per la comunicazione di inizio lavori e il proseguio dei lavori stessi fino al rilascio del certificato di agibilità.

È il caso di puntare il dito su quei costruttori edili che, carenti di lungimiranza, non hanno saputo cogliere questa nuova sfida. È il caso di puntare il dito contro i progettisti, e Legambiente tira in ballo quelli che chiama “Archistar”, ovvero tecnici di fama nazionale, gli edifici progettati dai quali non sono esenti dalle criticità di tutti gli altri, evindenziando come la poca sensibilità verso questo tema sia trasversale sia tra i primi della classe che tra gli ultimi, senza distinguo. Ed è, infine, il caso di puntare eventualmente anche il dito contro quei certificatori energetici che, e potrebbe essere la circostanza analizzata da Legambiente, hanno sottovalutato gli effetti negativi dei ponti termici, nonostante per edifici nuovi corra l’obbligo di utilizzare un “metodo di calcolo di progetto” per cui la normativa tecnica prevede calcoli scrupolosi e puntuali.

La domanda è quindi d’obbligo. Con un’Italia che si attesta al primo posto per consumi energetici dovuti al parco edilizio con il 17% sul totale europeo, come rispondere alla sfida di abbassare i consumi di energia del 20% entro il 2020? E con che spirito ci accingiamo a recepire in un futuro molto prossimo la direttiva 2010/31/CE la quale prevede che dal 1° gennaio 2019 tutti i nuovi edifici pubblici costruiti in Paesi dell’Unione europea, e dal 1 ° gennaio 2021 tutti quelli nuovi privati, debbano essere “neutrali” da un punto di vista energetico, ossia garantire prestazioni di rendimento dell’involucro tali da non aver bisogno di apporti per il riscaldamento e il raffrescamento oppure debbano soddisfarli attraverso l’apporto di fonti rinnovabili?

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