Carlo Ratti, architetto e professore al Mit di Boston, guru delle “città intelligenti”, in una recente intervista, ha dichiarato: “Se la popolazione non cresce e gli standard abitativi non cambiano, perché costruire nuove case?

In un periodo di crisi la superficie delle abitazioni tende a ridursi. Espandere le città è l’errore più grave che si possa fare: significa svuotare gli spazi che già ci sono e condurli alla rovina. È finita l’epoca delle nuove costruzioni” (vedi anche “Il recupero dell’esistente, la ricetta per lo sviluppo dell’edilizia“).

Queste parole confermano, ancora una volta, quanto sarebbe socialmente utile per il nostro Paese dotarsi di un Piano Nazionale di Rigenerazione Urbana che contempli, contestualmente, un Programma sull’Housing Sociale o sul Co-housing. La crisi economica e finanziaria da un lato, e la percezione che gli assetti sociali siano sottoposti ad una profonda mutazione ed evoluzione dall’altro, hanno spinto una piccolissima parte di italiani ad accogliere il modello della “residenza condivisa”.

Questa pratica, che nel Nord Europa è diffusa da decenni e che inizia a manifestarsi anche nelle nostre regioni settentrionali, prevede – con la possibilità che si agevolino processi di socializzazione – la condivisione degli spazi condominiali adibiti a giardino, a terrazza, a salone multiuso, ma anche a laboratori artigianali, a palestre o biblioteche.

Vengono poi, sempre più spesso, condivisi anche i servizi: dal car sharing alla banca del tempo (ore di lavoro messe a disposizione dagli abitanti per lavori di idraulica, sartoria o baby sitting). Servizi, quindi, definiti sulla base delle esigenze degli abitanti, riuniti appositamente in cooperative sociali o associazioni proprio con l’intento di risparmiare, non rinunciando tuttavia alla qualità del servizio creandosi cosi, in piccolo, un proprio modello di microwelfare urbano.

Questi nuovi modelli di residenza condivisa, per la loro flessibilità ma anche per la loro economicità (sebbene i prezzi poi subiscano variazioni da zona a zona nelle città in cui sono presenti queste esperienze), sono particolarmente apprezzati dai giovani che sognano di metter su famiglia o dai separati o dalle persone anziane che si trovano a fronteggiare la necessità di traslocare in abitazioni più convenienti.

Si stimano risparmi medi annui per abitante del 10-15%, grazie alla condivisione degli spazi comuni e all’ autoproduzione energetica da fonti rinnovabili.

E arriviamo alle note dolenti. Per ora il cohousing è frutto di iniziative private e non è legalmente codificato nell’ordinamento italiano, nonostante diverse associazioni si stiano impegnando da tempo per ricevere un riconoscimento da parte delle amministrazioni pubbliche.

In particolare, l‘associazione E-Cohousing di Roma – anche per fermare il fenomeno del consumo di suolo e della cementificazione selvaggia che sta devastando il nostro Paese, deturpando gli skyline di territori una volta incontaminati, propone di destinare al cohousing una parte dell’ingente patrimonio militare da dismettere o già dismesso, a prezzi agevolati.

E sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’Assessore all’Urbanistica del Comune di Milano che ha attivato un gruppo di lavoro con l’intento di valutare l’opportunità di emulare sul proprio territorio, in modo organico ed organizzato, questa esperienza, partendo dall’assioma che debba integrarsi in progetti di rigenerazione urbana e di riqualificazione funzionale dei siti degradati.

Il cohousing, pertanto, può diventare realisticamente una soluzione agevole e alla portata di (quasi) tutte le tasche. Bisogna crederci, bisogna investirci. Perché solo cosi potrà essere riscoperta la bellezza di quell’esperienza che si chiama condivisione.

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