L’idea di rinviare il referendum dopo il terremoto del 30 ottobre lanciata da Pierluigi Castagnetti aveva raccolto anche qualche consenso. Il discorso di Castagnetti era motivato dal dramma di chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case.

Ci sono tre regioni coinvolte e decine di migliaia di sfollati. Non riesco a immaginare in quali luoghi si possa votare all’interno delle zone terremotate e con quali scrutatori” sosteneva Castagnetti.

Si potrebbe rinviare il referendum – questa la teoria avanzata da chi era d’accordo – alla primavera del 2017, abbinandolo alle elezioni amministrative.

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L’ipotesi si stava facendo sempre più largo anche ieri, rilanciata da ambienti e politici vicini al centrodestra. Infatti, era d’accordo anche Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato: “Si potrebbe così sostituire subito la campagna elettorale con una stagione di responsabilità repubblicana”. Tra l’altro, dopo il terremoto del 24 agosto, da scelta Civica era già arivata la proposta di rinviare il referendum costituzionale.

Anche Angelino Alfano avevo aperto in questi ultimi giorni alla possibilità.

Terremoto, il Referendum non salta

L’ultimissima parola definitiva l’ha messa il Presidente della Repubblica Mattarella, che si è visto tirare in causa da una parte e dall’altra. Prima di tutto, perché solo con una legge votata in Parlamento da un ampio arco di forze e non solo dalla maggioranza, si potrebbe ottenere un rinvio. Non sarebbe bastato un decreto del governo per una scelta tanto importante.

Poi, dal 1948 a oggi, c’è un solo precedente, nel 1993: per consentire l’entrata in vigore della nuova legge elettorale dei comuni – elezione diretta del sindaco con il doppio turno – fu prolungata la consiliatura di alcune città. Nel 1996 si discusse di far slittare le elezioni politiche per una questione tecnica: il governo (Dini) modificò solo le schede elettorali della Camera per uniformarle al Senato, con il consenso totale di tutto il Parlamento. Nel 2008 quando venne riammessa alle elezioni la Dc di Pizza: si ventilò l’ipotesi di ritardare l’apertura delle urne ma alla fine non si fece.

Ma Matteo Renzi ha chiuso il caso e ha smentito categoricamente l’ipotesi del rinvio.

Matteo Renzi, che non avrebbe potuto rispondere diversamente, ha dichiarato “è una cosa che per quello che mi riguarda non esiste. Il referendum si tiene il 4 dicembre come abbiamo fissato, nessuno ci ha chiesto peraltro di fare il contrario“.

Palazzo Chigi smentisce l’ipotesi del rinvio del referendum: l’agenda di Renzi lo conferma, visto che stasera sarà a una manifestazione di campagna elettorale a Padova.

Come sostiene il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, il prolungamento della campagna elettorale e dello scontro politico “non farebbe bene” e non sarebbe positivo “per l’ordinata vita delle istituzioni”.

Il capogruppo berlusconiano al Senato, Paolo Romani ha detto: “La situazione dell’Italia centrale è fonte di enorme preoccupazione, ma il referendum è un’altra cosa: è un impiccio di cui dobbiamo liberarci”.

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Il problema è anche di immagine, ricorda il sempre democristiano Pierferdinando Casini: “Dovrà decidere il governo e mi rendo conto che la proposta sia formulata nel miglior spirito, ma prima di dimostrare che il Paese è paralizzato già oggi, ad un mese dalla scadenza del 4 dicembre, credo che sia necessario pensarci due volte”.

Enrico Mentana, che prosegue il discorso di Zanda, la mette giuù più concretamente: “Capisco lo scrupolo, la sensibilità, il rispetto per le popolazioni di Umbria e Marche. Ma che senso avrebbe rinviare il referendum? Abbiamo promesso che daremo subito un tetto a queste decine di migliaia di connazionali, e saremo pure in grado di dar loro un seggio per votare. E’ anche così che li si aiuta a rivedere la vita di tutti i giorni. E si toglie a tutti gli altri l’osso di una polemica che sarebbe infinita, come infinita diventerebbe la campagna referendaria”.

A votare Sì o No al Referendum di domenica 4 dicembre 2016 ci andranno anche le popolazioni colpite dal terremoto.

Giusto così: lo Stato ha il dovere di fare tutto quello che è possibile fare per rendere più facile il voto ai cittadini colpiti dal terremoto. Uno Stato deve essere in grado di farlo, senza scansare i problemi e affrontarli uno per volta.

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Che rapporto c’è tra esito del Referendum e Terremoto

La vittoria del NO alla riforma della costituzione metterebbe Renzi in pericolo. Questo potrebbe tradursi in un’Italia senza premier un’Italia senza primo ministro potrebbe non essere in grado di portare avanti le operazioni di aiuto e sostegno, per la ricostruzione dei territori spazzata via dai terremoti degli ultimi mesi.

Ma, come ha sostenuto Settis l’altra sera da Floris, non si capisce perché Renzi dovrebbe abbandonare se vince il NO. Dovrebbe continuare a governare senza abbandonare la nave, dovrebbe essere in grado di guidare il paese anche in una situazione di svantaggio dovuta alla sconfitta. E continuare ad aiutare le popolazioni colpite dal Terremoto nei giorni e nei mesi scorsi.

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