ANSA/MATTEO GUIDELLI

In questi ultimi giorni abbiamo cercato di raccogliere le idee e informazioni chiare sulle ultime scosse di terremoto di domenica 30 ottobre e dei giorni seguenti (anche questa mattina: 4,8 di magnitudo, con epicentro in Provincia di Macerata, avvertita a Roma, Perugia e Ancona). In televisione, sui siti e sui giornali abbiamo visto e letto tanti racconti su cosa è successo. Interpellare esperti del settore per capirlo è la cosa migliore da fare. Partiamo con tre domande a Gianvito Graziano, ex Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi.

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In questi giorni abbiamo sentito principalmente una spiegazione sul legame tra i terremoti che hanno colpito l’Italia negli ultimi mesi, fino a quello di domenica. Detta in parole molto povere, in agosto un pezzo di terra si è abbassato, il suo proseguimento è precipitato due mesi dopo, il 26 ottobre, e ha proseguito il suo movimento domenica. È corretto? Potrebbe spiegarci in termini un poco più scientifici cos’è successo e qual è il motivo di tante scosse così ravvicinate?
Dobbiamo preliminarmente fare uno sforzo per comprendere i meccanismi che originano i terremoti, partendo dalla considerazione che le rocce che formano la crosta terrestre sono sempre sottoposte a sforzi di natura tettonica e quando questi sforzi superano il campo elastico, ovvero la capacità delle stesse rocce di deformarsi, si provoca la rottura, che libera l’energia progressivamente accumulata nella fase di deformazione.

Le due parti di roccia a questo punto sono separate da una grande frattura, che chiamiamo faglia. Al momento della rottura e successivamente, quando le due parti tendono a riacquistare la loro posizione originaria, si generano una serie di onde, che danno origine ai terremoti. Ciascuna porzione di crosta, o se vogliamo di territorio, come in un grande e complicatissimo puzzle, è dunque separata dalla porzione contigua da queste faglie, che in qualche caso si spingono una contro l’altra per movimenti compressivi, in altri casi si allontanano l’una dall’altra per movimenti distensivi.

Quello che è accaduto in questi mesi è frutto di una tettonica di estensione dell’Appenninico da Est a Ovest, che il 24 agosto ha liberato una forte energia nella faglia di Amatrice, che, provocando una sorta di effetto domino, ha perturbato il volume crostale di quelle aree, attivando le faglie dello stesso sistema poste più a Nord.

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Le scosse proseguiranno?
Non è facile ipotizzare cosa dobbiamo attenderci, soprattutto in un contesto in cui alla sequenza sismica già in corso dal 24 agosto si sovrappone ora la sequenza sismica delle ultime scosse, tutt’ora in corso. Non possiamo prevedere nulla, ma fare tesoro della storia sismica d’Italia e specificamente di quelle aree. Sappiamo infatti che ciascuna delle faglie interessate ha una magnitudo attesa, ossia ha una storia sismica che ci indica quale limite massimo dobbiamo attenderci. Era noto infatti che la faglia di Norcia avesse raggiunto nel passato una magnitudo, cioè la misura dell’energia meccanica sprigionata, pari a quella della scossa del 30 ottobre scorso. E sappiamo che altri eventi di forte intensità potrebbero verificarsi a distanza di mesi.

Personalmente, questi eventi mi riportano alla memoria il terremoto di Umbria Marche del 1997, che iniziò in primavera a Massa Martana, per proseguire col terremoto di Colfiorito del 4 settembre e poi con le due scosse più forti il 24 settembre, quando fu coinvolta rovinosamente anche la Basilica di San Francesco in Assisi. Altra analogia, anche in quel caso si verificarono danni, per fortuna non gravissimi, alla capitale.

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Il terremoto a L’Aquila è il “padre” di queste ultime scosse? C’è un legame con quello dell’Emilia?
Possiamo solo dire che L’Aquila e questo settore appenninico appartengono allo stesso territorio tettonico e che c’è una correlazione tra le strutture ma non ci sono al momento elementi per poter dire che il terremoto del 2009 abbia influenzato gli eventi di questi mesi. Ancor meno si può dire nella direzione di una correlazione con il terremoto del 2012 in Emilia Romagna.

Trovare un paternità nella lunga e terribile storia sismica italiana è impossibile e non avrebbe neppure un senso. Il vero legame tra questi eventi è la terribile esperienza che accomuna gli abitanti di tutte le zone colpite e, purtroppo, la atavica incapacità, tutta italiana, di compiere le azioni necessarie per tempo e fuori da un contesto di eventi appena accaduti, quando a prevalere nelle scelte di programmazione deve essere la ragione e non l’emotività. Ma questa è storia vecchia.

 

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Immagine:La Basilica di San Benedetto, Norcia. ANSA/MATTEO GUIDELLI

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