Francesco Rutelli

“Non è pensabile che l’Europa non conceda all’Italia delle risorse straordinarie per fare fronte alla ricostruzione dei paesi annichiliti dal sisma che ha colpito il Centro Italia lo scorso agosto”. Non pare avere dubbi Francesco Rutelli sulle responsabilità che Bruxelles deve assumersi nei confronti dell’Italia “grande Stato fondatore dell’unione con 60 milioni di abitanti, la maggioranza dei quali vive su un territorio soggetto a rischio sismico”.

Raggiunto dalla nostra Redazione a seguito di un suo rilancio a favore della “Carta d’Identità” dei fabbricati dopo la tragedia che ha colpito Lazio e Marche, abbiamo chiesto a Rutelli, che oggi guida diverse iniziative internazionali, di approfondire la sua proposta a partire dal ruolo dell’Europa nei confronti dell’Italia in questo tragico frangente e del dibattito sull’adozione del fascicolo del fabbricato, “che io ho ribattezzato «carta di identità» della casa“, precisa, “proprio per superare l’idea che si tratti di una misura burocratica, di scartoffie in più”.

Mauro Ferrarini. Fascicolo, libretto o carta di identità del fabbricato, rimane il fatto che se ne continua a parlare ma non vede mai la luce.
Francesco Rutelli. L’istituzione di una carta di identità degli edifici fu sull’agenda dell’amministrazione capitolina durante il mio mandato come sindaco di Roma. L’impulso per ripensare allo stato di conservazione del patrimonio edilizio romano venne dal rovinoso crollo al quartiere Portuense (nel dicembre del 1998 crollò nella notte un’intera palazzina, provocando 27 vittime, a causa di lavori che indebolirono la struttura portante dell’edificio n.d.r.).

Il censimento delle strutture edilizie della città doveva portare all’elaborazione di un documento di sintesi che raccogliesse la cronistoria dei lavori e degli interventi, dei documenti e delle autorizzazioni rilasciate negli anni: un passaggio necessario per poter programmare il risanamento a partire dalle generazioni edilizie, i quartieri e gli edifici più a rischio.

MF. Rischio sismico?
FR. Non solo. Deve considerare che una parte importante della città fu edificata in un periodo successivo alla fine della II Guerra Mondiale, utilizzando materiali di scarsa qualità e con lavori frettolosi. Tornando indietro nel tempo, buona parte di Piazza Vittorio, alll’Esquilino, fu edificata durante la febbre edilizia dopo l’Unità d’Italia; noi intervenimmo con alcuni programmi di risanamento, a causa del precario stato di alcuni grandi fabbricati. Insomma, esistevano ed esistono situazioni di rischio per la sicurezza dovuta alla stabilità degli edifici che non necessariamente sono legate al verificarsi di un evento sismico.

Fascicolo del fabbricato: da Confedilizia un deciso “NIET”

MF. Però Confedilizia non ci sente: «Perché i costi del fascicolo del fabbricato devono gravare sui proprietari di immobili»?
FR. Sia chiaro: io non sono «nemico» di Confedilizia, di cui apprezzo l’azione. Se posso aggiungere, fui tra i primi a proporre la flat tax, il regime della c.d. cedolare secca negli affitti, e quelle norme portano anche la mia firma. Comprendo la posizione del “piccolo proprietario” immobiliare che teme un aggravio dei costi di gestione del proprio patrimonio. Detto questo, però, le parole dell’associazione della proprietà edilizia rispondono a un’esigenza sindacale, ma oggi è prioritaria l’esigenza di garantire l’incolumità dei cittadini e la sicurezza pubblica. Ai tempi della nostra delibera sul fascicolo di fabbricato, TAR e Consiglio di Stato si pronunciarono per il “no”, nonostante il grande lavoro che facemmo con le associazioni dei progettisti e dei tecnici. Ma oggi …

MF. Cosa è cambiato rispetto alla fine degli anni ’90?
FR. Due elementi principalmente. Da un lato è ormai chiaro che l’epoca dei condoni edilizi è terminata e non tornerà più: dunque, la ‘biografia’ degli immobili potrà cambiare solo rispettando regole snelle nella legalità. Dall’altro, in questi anni abbiamo assistito alla nascita del certificato di efficienza energetica degli edifici, oltre che all’obbligo del controllo periodico degli impianti di riscaldamento e climatizzazione. Sarà dunque arrivato il momento di realizzare un sistema di tracciabilità della condizione strutturale degli edifici, in modo finalmente semplice e coordinato?

MF. Rimane sempre il nodo dei costi. Chi la dovrebbe pagare questa carta di identità del fabbricato?
FR. Il processo deve essere graduale. La realizzazione di un programma che censisca lo stato di salute degli edifici e che istituisca la carta d’identità delle unità immobiliari e degli edifici dovrà avere inizio dalle aree a più alto rischio sismico. Tenga conto che quando parliamo di “carta” o di “libretto” non dobbiamo pensare alla raccolta fisica di documenti e carte in un faldone: è naturale pensare a un fascicolo di natura digitale, sempre disponibile, aggiornabile anche in tempo reale e a disposizione di tutti i portatori di interesse. Infine, sempre parlando di costi, l’azione dovrebbe essere supportata da un accordo quadro tra lo Stato e gli Ordini professionali tecnici per quanto riguarda la definizione di parcelle a prezzo calmierato con l’eventuale intervento della Mano Pubblica sotto forma di incentivi alla spesa sostenuta dai proprietari, come accade oggi per le ristrutturazioni, l’efficienza energetica, fino all’acquisto di mobilio ed elettrodomestici.

Rischio terremoto: una questione “non” Europea?

MF. Intanto il presidente degli Ingegneri, Armando Zambrano, si domanda se non sia arrivato il momento di chiedere a Bruxelles la concessione di fondi per la ricostruzione e la prevenzione del rischio sismico; anche se in fondo sembra non crederci troppo neppure lui, quando aggiunge che in Europa gli unici a dovere affrontare il rischio terremoto siamo noi e la Grecia …
FR. L’Europa deve riconoscere l’unicità della condizione sismica italiana: un paese di 60 milioni di abitanti con una dorsale appenninica inquieta e una fragilità del territorio unica nel panorama continentale. Dal mio punto di vista, Bruxelles non potrà non concedere la flessibilità richiesta dal Governo per finanziare la ricostruzione. E, ancor più un grande programma strategico di messa in sicurezza del nostro patrimonio edilizio, secondo quanto il governo sta cercando di fare. Aiuti economici dall’UE sono stati destinati per sostenere le popolazioni colpite dal terremoto in Nepal, ci mancherebbe che tale supporto non venga riconosciuto all’Italia.

Non solo l’Europa, però, sarà chiamata a fare la propria parte …

MF. Chi altri?
FR. Sono coinvolti gli enti pubblici a tutti i livelli. A partire dal Governo cui spetterà varare un programma di interventi nazionale, individuando le priorità territoriali, da dotare di una cornice normativa adeguata che preveda investimenti, incentivi e detrazioni sia per il settore privato che per quello pubblico. Toccherà alle Regioni svolgere il ruolo di programmatori per le aree di propria competenza e ai Comuni definire i criteri di intervento locale, eventualmente con il supporto delle Regioni per i centri più piccoli sprovvisti delle adeguate competenze tecniche. Il tutto si inserisce in quel Parco Progetti, di cui avevo parlato con un mio intervento su La Stampa alla fine dello scorso anno, per realizzare un vero e coraggioso programma di rigenerazione e riqualificazione urbana.

ANAC: formula taumaturgica o fuga dalle responsabilità?

MF. Un’ultima domanda sul ruolo dell’ANAC. Da Renzi sulla ricostruzione post terremoto al M5S con le vicende della giunta di Roma, pare che oggi fare riferimento all’Authority guidata da Raffaele Cantone abbia un valore quasi “taumaturgico”. I più smaliziati potrebbero pensare che si tratta di un modo di alleggerire le proprie responsabilità. È mai possibile che non si riesca a garantire in Italia un minimo rispetto delle regole con gli strumenti “ordinari”?
FR. Si può avere questa impressione, è vero. Però non possiamo, oggi, chiudere gli occhi davanti alla realtà delle cose. I fenomeni della corruzione si sono ormai radicati nel sistema: dall’alto e dal basso, e hanno bisogno di una risposta forte. Talvolta, anche l’incompetenza amministrativa, dovuta all’inesperienza di alcune nuove leve nella pubblica amministrazione può concorrere ad alimentare fenomeni di abuso: il rinnovo generazionale è un fattore positivo e darà i suoi frutti nel lungo periodo. Ma non trascuriamo, ad esempio, che in alcune realtà a forte presenza di criminalità sia più facile corrompere o controllare un funzionario, che sappia profittare di questa poca esperienza. In sintesi, allo stato attuale delle cose il ruolo dell’ANAC è inevitabile e, anzi, va sostenuto e rafforzato, migliorando la struttura e dotandola di tutti gli strumenti per operare con snellezza, procedure e tempi certi, come organo controllore indipendente della correttezza delle procedure pubbliche.

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