Ha vinto la BrExit con il 51,8%: il Regno Unito, con il Referendum di ieri, è fuori dall’UE. Oltre alle conseguenze politiche, ce ne sono altre: quelle sull’ambiente. Brexit e ambiente, vediamo dunque cosa c’entrano l’una con l’altro. Partiamo dalla base: “BrExit” è acronimo di Britain Exit. Facciamo un passo in avanti: i cittadini inglesi hanno detto che il Regno Unito vuole più libertà rispetto alle regole europee sull’ambiente, comprese quelle sull’efficientamento energetico degli edifici.

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Cosa cambia?

Subito non cambierà niente. Il referendum è consultivo: non ha alcun valore legale per il Parlamento. ma non ascoltare la voce degli elettori sarebbe un suicidio per Cameron. In Italia l’hanno fatto, senza problemi. Innanzitutto bisogna dire che qualsiasi legge inserita nella legislazione inglese e scozzese resta valida anche in caso di Brexit, ma poi il parlamento avrebbe il potere di apportare tutte le modifiche che vuole.

Visto che ha vinto il Sì, il governo britannico dovrà infatti ridiscutere con l’UE tutti i trattati che ha siglato e stabilire le condizioni dell’uscita.

I parlamentari dovrebbero prestare attenzione a non danneggiare le esportazioni verso la UE, cambiando le regole. Il Regno Unito potrebbe mantenere la sua posizione nel mercato interno, restando un membro della Area Economica Europea (EEA), con uno status simile a quello della Norvegia o dell’Islanda. Restare nella EEA manterrebbe in vigore molte delle leggi ambientali. Greenpeace ha detto che è possibile che tutti i provvedimenti positivi vengano scartati, e vengano mantenuti i peggiori.

Per la contrattazione potrebbero volerci due anni di lavoro, durante i quali il Regno Unito sarà ancora membro dell’Unione Europea ma non potrà dire niente sulle nuove leggi.

I parlamentari vincitori (pro-BrExit) sostengono che fuori dalla UE il Parlamento potrebbe fare leggi specifiche per la Gran Bretagna. E visto che una delle quattro clausole negoziate da David Cameron punta il dito contro la complessità della burocrazia europea, è possibile che le norme europee giudicate restrittive lascino spazio alla deregulation ambientale.

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In dettaglio: il rapporto stretto BrExit e Ambiente

Da una parte ci sono gli interessi commerciali, dall’altra dobbiamo prendere in considerazione le normative ambientali. Ora che ha vinto il SI per la BrExit, i britannici si trovano a un bivio a proposito di ambiente.

La prima opzione è la rinegoziazione con l’Unione Europea, l’ “opzione Norvegia”, per la quale i britannici non farebbero più parte dell’Unione, dovendo però contribuire al budget europeo mantenendo per esempio la Habitats Directive, la Birds Directive e la Bathing water Directive.  In questo caso la protezione ambientale non muterebbe particolarmente: per poter accedere al mercato europeo, i britannici dovrebbero comunque rispettare gli standard di qualità imposti dall’Unione. Ma questa prospettiva sembra allontanarsi.

L’altra opportunità, più in voga tra i fautori della Brexit, è quella di accordi commerciali con i Paesi emergenti solo in base alle normative dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC): la Gran Bretagna rinuncerebbe in parte al mercato europeo e agli obblighi Bruxelles. La negoziazione con gli USA sul  TTIP potrebbe diventare un accordo UK-USA, in cui i britannici dovrebbero acconsentire al ribasso in materia ambientale.

Per alcuni gli standard europei per l’ambiente sono troppo severi. Il “principio precauzionale” inserito nei trattati della UE rallenta l’Europa nell’adottare nuove tecnologie che possano danneggiare la natura. Ma secondo il rapporto IEEP, l’Unione Europea ha sviluppato il più completo e influente sistema legislativo sull’ambiente di tutto il mondo. Ha stabilito un approccio condiviso su molte questioni ambientali. Il sistema legislativo europeo ha contribuito a fermare l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, protetto le specie in pericolo e imposto salde barriere sull’utilizzo di coltivazioni geneticamente modificate e fertilizzanti chimici.

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Di conseguenza, gli standard ambientali si sono alzati in tutta Europa, con una ricaduta anche sul resto del mondo, soprattutto nei paesi che esportano verso l’Unione Europea. L’uscita dall’UE del Regno Unito abbassa gli standard a cui fare riferimento. Anche, bisogna dirlo, sempre secondo il rapporto IEEP, la UE sentirà alcune conseguenze negative dell’uscita. Perché durante gli ultimi 40 anni, il Regno Unito ha aiutato molto lo sviluppo della legislazione della UE, con molti suggerimenti e politiche mirate riguardo alla qualità ambientale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha però evidenziato che la qualità dell’aria in molte città inglesi è al di sotto degli standard richiesti. La situazione sarebbe ancora peggiore se i regolamenti europei non avessero continuamente pungolato i governi britannici per non avere compiuto progressi significativi in questo settore. La Corte Suprema britannica è intervenuta per costringere il governo a stilare un piano di azione per andare incontro agli standard europei.

La Direttiva Europea sull’Energia Rinnovabile (almeno il 20 per cento dell’energia venga prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020) ha contribuito alla rapida crescita industriale inglese degli ultimi anni. Adesso non sappiamo se gli inglesi rispetteranno tali (o almeno simili) norme, che non hanno proprio nel DNA.

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La Common Agricultural Policy (Politica Agricola Comune del Regno Unito – CAP ) è stata accusata di favorire le grandi aziende agricole e di massimizzare la produzione di cibo a scapito dell’ambiente, anche se negli anni recenti schemi più ambientalisti hanno trovato spazio. Ma è ancora lontana  una politica ambientale ben concepita e messa in pratica.

Per l’Italia. Ora che al referendum BrExit ha vinto il Sì, molte aziende italiane che esportano nel Regno Unito dovranno affontare i dazi doganali che renderanno i nostri prodotti meno competitivi. La stessa cosa vale per alcuni prodotti che acquistiamo dal Regno Unito, come le tecnologie per le energie rinnovabili (e le automobili, per dirne un’altra).

 

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