Mancata riforma del catasto, ecco come risolvere le iniquità fiscali

La riforma del catasto è come l’Araba Fenice: tutti dicono che c’è, ma nessuno l’ha mai vista. In realtà la revisione delle rendite catastali, prefigurata dal disegno di legge sulla delega fiscale all’articolo 2, sembrava a un passo dal realizzarsi, per poi spegnersi lo scorso giugno a causa di una serie di considerazioni squisitamente di natura di convenienza politica.

Ma il mondo delle professioni non demorde e, recentemente, è stato Fausto Amadasi, presidente della CIPAG; la cassa italiana di previdenza e assistenza dei geometri liberi professionisti, a rimettere sul tavolo la questione in occasione della assemblea annuale dell’ANCI che si è tenuta la scorsa settimana a Torino.

Posto che la riforma del sistema catastale nazionale si è arenata, almeno per ora, è ancora possibile rimediare ad alcune iniquità dovute alla sua mancata realizzazione. La chiave di volta, dice Amadasi, è tramite “la collaborazione dei Comuni e dei cittadini” con l’intermediazione dell’Agenzia delle Entrate e di professionisti tecnici preparati.

Per Amadasi “ci sono gli strumenti per sopperire ad alcuni squilibri fiscali nell’attuale sistema di tassazione immobiliare, ma restano inutilizzati. I due commi (il 335 e il 336) dell’articolo 1 della legge 311 del 2004 – spiega – prevedono la collaborazione dei Comuni con l’Agenzia delle Entrate. Nelle zone dove il rapporto tra valore medio di mercato e quello catastale si discosta eccessivamente, i Comuni possono intervenire per riequilibrare il rapporto. Purtroppo – prosegue – solo un numero irrilevante di Comuni ha attivato la revisione delle rendite e una percentuale inferiore al 15% ha dato seguito alle verifiche sugli immobili, oggetto di intervento edilizio, per i quali non è stata presentata la variazione catastale”.

L' attribuzione della rendita catastale e la tutela dei cittadini

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Condoni edilizi: questione ancora aperta

Ma il numero uno della CIPAG è intervenuto su un altro “nervo scoperto”: quello relativo alla gestione delle pratiche di condono edilizio che giacciono bloccate negli uffici dei Comuni.

Per Amadasi sarebbe ora che i Comuni si attivassero per “definire le pratiche di Condono Edilizio ancora pendenti e per le quali sarebbe possibile smaltire decine di migliaia di pratiche, tramite l’autocertificazione del proprietario con la verifica della corrispondenza della stessa al Catasto, certificata da parte di un tecnico libero professionista, come avviene per le normali pratiche edilizie”.

A supporto della sua proposta, Amadasi cita il caso di Napoli dove la c.d. «procedura semplificata» ha consentito di definire 53mila pratiche sulle oltre 80mila pendenti e di regolarizzarne 30mila tramite permessi di costruire in sanatoria, recuperando gli oneri di urbanizzazione, i diritti comunali e la parte delle sanzioni non pagate per un importo globale che ha superato i 100 milioni di euro.

Gli abusi edilizi

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