Il dissesto idrogeologico è legato a temi sempre attuali, quali la gestione del territorio e lo stop al consumo di suolo. Si parla spesso di questi argomenti, per i quali è sempre meglio chiedere informazioni e delucidazioni agli esperti. Ho intervistato Nicola Mordà, ingegnere civile, nonché nostro blogger, molto ferrato sulla normativa, con particolare riferimento al settore delle strutture, e sulle nuove tecnologie. Le sue risposte sono molto decise, e precise, in rapporto al “cosa manca” e al “cosa si deve fare” per risolvere (perchè si può risolvere davvero) il problema. Che non è solo italiano, ma è molto italiano.

1) In relazione al dissesto idrogeologico, è evidente che l’Italia sia un colabrodo. Si tratta di un problema difficilmente risolvibile, perché lo stato delle cose non è facile da governare. Il Governo è oggi ben cosciente del problema ed è partito un fitto rapporto di collaborazione tra Protezione Civile, Enti di ricerca, ISPRA, eccetera eccetera. Sembra tutto inutile, perché ogni volta siamo daccapo. Dal punto di vista normativo, cosa manca e cos’è  necessario? Cosa devono contenere le Linee guida, che tra l’altro aspettiamo entro il mese di ottobre?

Decidere cosa devono contenere sarà il compito degli autorevoli enti che lei ha citato, rispetto alle cui competenze posso aggiungere poco. Come punto di vista personale direi che forse sarebbe meglio dire cosa è mancato nelle linee guida degli anni passati.
Difatti, è interessante osservare come già nel 2002 erano disponibili dei “Criteri e tecniche per la manutenzione del territorio”, e oggi si discute di nuove linee guida, che speriamo siano realmente nuove e innovative.
Ecco diciamo che, forse, quello che dovrebbero contenere è agilità e operatività, ma anche richiesta prestazionale, anche sotto forma prescrittiva (una “prescrizione di prestazione”), e criteri di manutenzione vincolanti per gli enti di controllo.
Anche l’attesa: speriamo non sia quella delle norme tecniche per le costruzioni ma nemmeno che segua la via delle varie ordinanze post-Molise 2002 (“ordinanze elastiche”).

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2) A un territorio fragile si aggiungono un incremento degli eventi meteorologici violenti, uno sviluppo urbanistico discutibile e una cronica mancanza di manutenzione del territorio. Serve una vera e propria rivoluzione, che dovrebbe partire da uno stop del consumo di suolo. È una chimera?
No, anzi: proprio i temi manutentivi sono all’attenzione di molti addetti ai lavori, e soprattutto nel settore civile, anche sotto il profilo della tutela del’assetto idrogeologico. Ma se da un lato si interviene sotto il profilo culturale, attingendo a settori analoghi per i temi di manutenzione, dall’altro occorre essere seri e dislocare le giuste risorse economiche per:
a) impostare studi concreti, seri e credibili, nel rispetto della dignità dei soggetti interpellati;
b) dar seguito a tali studi in modo altrettanto serio.

Il riuso e il recupero del territorio non solo non sono una chimera ma sono un’importante linea di sviluppo, come da più parti evidenziato. È chiaro che è necessario anche in questo caso coordinare gli interventi: il riuso deve effettivamente corrispondere a riduzione del consumo di suolo, ma anche essere un momento in cui il suolo non utilizzato venga messo in sicurezza. È inutile, per esempio, recuperare magnifici borghi se poi sono collocati su versanti instabili lasciati senza alcun intervento di stabilizzazione. Ecco questo, anche con azioni sinergiche di interlocutori economicamente capaci e interessati, potrebbe essere un’ulteriore spinta. Inoltre, come sempre, occorre sganciare le “ancore burocratiche” che nulla fanno se non affondarci e lasciare tali driver economici non utilizzati.

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3) Gian Vito Graziano, Presidente del consiglio nazionale dei geologi e membro della cabina di regia di Italia Sicura, ha detto che il piano di più 7000 interventi previsti dal Governo è privo di una struttura di controllo della qualità dei progetti presentati dalle Regioni, con il rischio di diventare “un distributore di soldi senza risolvere il problema”. Lei cosa ne pensa?
I geologi sono il primo “sbarramento” tecnico nei confronti di tali problematiche. Pertanto ritengo che abbiano la giusta percezione di come e cosa si stia muovendo. Detto ciò, un piano di interventi non coordinato non potrà che produrre delle inutili “sigillature locali” senza risolvere una questione che ci affligge (e come abbiamo appena avuto modo di vedere, afflige non l’Italia) da lungo tempo.
È evidente che un coordinamento, in base anche a delle valutazioni di rischio, nel senso enunciato proprio di recente dalla commissione ministeriale per la certificazione sismica, sarebbe utile anzi indispensabile. In termini semplificati: convogliare le risorse in modo principale dove il livello di rischio è più alto; ma aggiungerei valutare anche, in modo serio ed efficace, le reali vulnerabilità dei territori. Questo significa dare il giusto spazio tecnico-economico alle professioni del settore, per primi ai geologi, e il giusto seguito agli studi imbastiti.

È del tutto inutile promuove studi e prendere atto che esiste un problema e poi… ???

La sterzata che il governo intende dare a questo paese dovrebbe prendere in considerazione tale, diciamolo pure, malcostume, e riconoscere quelle che sono le “buone pratiche“. Senza ciò si rischia di fare l’ennesima figura di “distributori di soldi”, anche soprattutto nei confronti dei partner dell’Europa, ai quali stiamo dando ampie rassicurazioni sulle nostre virtuose capacità. Lo siano veramente e in modo coordinato.
Mi piace segnalare infine come il nostro Codice civile venga interpretato, ex-lege, nei precetti dell’art. 2233 in modo troppo estensivo. Ciò trova la sua massima espressione, in senso negativo ovviamente, proprio su questi scenari dove una compattazione delle risorse non può che essere un investimento in perdita. Lo scoordinamento che il CNG segnala è in linea con la confusione generata dall’aver deregolamentato dei settori di importanza sociale come quelli tecnici.

4) La tecnologia si sviluppa, anche nel campo della gestione del territorio. Ci sono sistemi nuovi di drenaggio delle acque, come il loro convogliamento attraverso i sistemi di fognatura. Da questo punto di vista, tecnici e PA sono ricettivi?
Su questo tema saremo più informati all’evento di oggi a Padova, il primo del ciclo “L’ Acqua, da nemica ad amica del territorio”: le aziende sul mercato investono e producono soluzioni innovative e interessanti per mitigare e gestire gli effetti di tali eventi. I tecnici dalla PA devono essere coinvolti in modo pieno, e sotto tutti i profili, in queste attività. Infatti, essi sono l’interfaccia del territorio e con le problematiche e le attività devono rapportarsi.

Se hanno anche gli strumenti e la possibilità di allinearsi al frenetico mondo aziendale, consapevoli dei quadri normativi di settore (più che frenetici) e delle prestazioni dei nuovi prodotti, certamente non si sottrarranno al loro ruolo istituzionale; magari ciò consentirà loro di rispondere in modo celere secondo le necessità di tale contesto.

Per informazioni sulle altre tappe del ciclo di convegni  leggi Acqua, da nemica ad amica del territorio: il ciclo di seminari gratuiti Maggioli.

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