Lavoro: il futuro è nelle competenze, ma in Italia si fa il contrario

Azienda leader nel settore cerca giovane ingegnere, massimo 25 anni, per inserimento nella propria struttura tecnica. Si richiede ottima padronanza dei software di ultima generazione per il settore, conoscenza fluente dell’inglese e di un’altra lingua (preferibilmente il cinese o il russo) e disponibilità a trasferte in tutto il mondo anche per periodi prolungati. Si offre uno stage con rimborso spese di 12 mesi non prorogabile.

Abbiamo volutamente esagerato, ma la realtà della ricerca del personale in Italia non è poi così distante dalla realtà: si cercano figure professionali quasi mitiche (come il leggendario “apprendista con esperienza”), offrendo in cambio poco più di una amichevole pacca sulla spalla … e talvolta neppure quella.

In Italia si sta assistendo a un fenomeno che, da qui a qualche anno, potrebbe rivelarsi un formidabile boomerang per le aziende italiane che in questi anni di crisi hanno operato una selezione del personale, mandando a casa preferibilmente i professionisti tecnici e i soggetti con le maggiori competenze, preferendo l’immediato risparmio a una visione strategica del futuro. Ottima mossa!

Ma chi ci dice che il successo delle aziende in futuro sarà nella ricerca delle competenze? Per cominciare l’IFO uno dei più autorevoli think-tank della Germania, che ha rilasciato recentemente uno studio molto rigoroso in materia. Ma non è la sola voce esistente. Uno degli istituti di ricerca dell’Unione europea, per esempio, informa che nel Vecchio Continente il numero dei professionisti con elevate competenze assunti dalle imprese, come gli ingegneri, è destinato a raddoppiarsi nell’arco di vent’anni: dal 15,6% del 2005 a oltre il 30% nel 2025.

Ma tutto questo il mondo dell’imprenditoria italiana non lo sa … o fa finta di non saperlo. È questa la denuncia di Maurizio Ricci che sulle pagine del quotidiano la Repubblica di qualche giorno fa rivela come gli studi annuali dell’Isfol abbiamo messo in luce una progressiva erosione dei posti di lavoro qualificati a favore di quelli che richiedono competenze medio-basse.

Dopo cinque anni di crisi, si legge nel reportage di Ricci, quasi 1,4 milioni occupati di alta qualifica (gli ingegneri) si sono ritrovati a casa o, nel migliore dei casi, de-mansionati. Eh già! Perché se non è sempre vero che il tecnico laureato è stato tagliato per fare posto a un diplomato, è invece vero che molti occupati che avevano mansioni di un certo livello si sono visti ricollocare a un livello più basso (e quindi con uno stipendio inferiore).

Pare, insomma, che in Italia si preferisca l’uovo oggi alla gallina domani. Peccato però che poi l’uovo marcisce e quando si riprenderà a correre, ci troveremo alle prese con una frittata maleodorante, mentre i nostri concorrenti “galline” sparsi nel mondo avranno agio di superarci in know how, competenze e tecnologie.

Attenzione, non è che oggi, in Italia, un diplomato abbia più facilità di trovare un lavoro rispetto a un laureato. Semplicemente, è la tesi di Ricci, non è la stessa cosa assumere un ingegnere per fargli fare un lavoro da ingegnere e assumere un ingegnere, per fargli fare un lavoro da geometra. Quello che interessa agli imprenditori è che, nel secondo caso, la busta paga è più bassa. Come dargli torto?

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