BIM in the box? Avviso ai naviganti: vi stanno ingannando!

Diffidate di coloro che propongono soluzioni BIM in the Box, espressione anglosassone per indicare chi promette a progettisti e aziende di farli diventare BIM Ready con l’acquisto di un software (… e relativo corso di formazione). Semplicemente: vi stanno ingannando!

Non ha usato mezzi termini l’ing. Luca Ferrari, direttore generale di Harpaceas, intervenendo al BIM Summit 2015 che si è svolto la scorsa settimana a Milano.

In particolare, Ferrari ha voluto dare tre avvisi ai naviganti, rivolti a chi, progettista o dipendente di un’impresa o di un’azienda della filiera delle costruzioni, sta decidendo la corretta modalità per avvicinarsi al Building Information Modeling.

“Negli ultimi mesi abbiamo assistito nel nostro Paese a una crescita esponenziale dell’interesse verso il BIM”, ha continuato Ferrari.

Ma come spesso avviene in questi casi, basti pensare al caso delle aziende specialiste in energia rinnovabile sorte come funghi con il Conto Energia, si è assistito a un fenomeno comprensibile ma estremamente insidioso.

Stiamo parlando, ha specificato il DG di Harpaceas, di “soggetti che fino a poco tempo fa ignoravano persino il significato dell’acronimo BIM e che oggi si propongono come esperti in materia”.

Insomma, per dirla con Luca Ferrari, sono entrati in scena gli imbonitori, i nani e le ballerine.

“Essendo il Building Information Modeling una metodologia di lavoro che, digitalizzando, va radicalmente a cambiare il modo di lavorare della filiera”, spiega Ferrari, “un’implementazione BIM di successo richiede competenze multidisciplinari: di progettazione, design, project construction, di ridisegno dei processi e dei flussi di attività, di gestione del cambiamento aziendale, di economia e controllo di gestione, informatiche (software, hardware e di definizione delle specifiche funzionali), legali e contrattuali, di coordinamento e gestione progettuale”.

La conseguenza di tutto ciò? Per Luca Ferrari “è chiaro che solo realtà costituite da anni nel settore o che siano riuscite ad aggregare queste competenze in modo stabile e duraturo possono candidarsi a un simile ruolo… noi pensiamo di esserlo”.

Occhio al BIM in the Box

Il BIM non è un software. Ormai questo messaggio deve essere entrato nella testa di coloro, tra i progettisti e gli imprenditori, che desiderano realmente esplorare le potenzialità di lavorare in BIM.

Proprio per questo, avvisa il DG di Harpaceas, occorre diffidare “di coloro che propongono di diventare BIM Ready grazie all’acquisto del software e del relativo corso di formazione”.

Ferrari parla espressamente dei software 3D parametrici. Alcuni soggetti desiderano fare passare l’idea che basti l’uso di uno di questi applicativi (peraltro già presenti dalla fine degli anni ’80) per lavorare in modalità BIM. Questa affermazione è, semplicemente, falsa.

Software tuttofare? Come i coltellini svizzeri

Gli americani dicono che Tutto, Subito e Bene possono andare solo in coppia. È infatti possibile fare tutto e subito, ma la qualità non sarà certamente eccelsa; oppure fare subito bene, ma di sicuro non sarà possibile presidiare tutti i campi e così via.

Parlando delle suites di software che promettono di fare tutto, l’ing. Ferrari ha utilizzato un’altra metafora: i coltellini svizzeri, utilizzabili in tante situazioni di emergenza ma incapaci di eccellere.

“Nessuna software house”, ha aggiunto Ferrari, spiegando la similitudine, “può eccellere in tutti i segmenti. È quindi necessario individuare, per ciascuna disciplina (progettazione architettonica, strutturale, impiantistica, model & cost checking, facility management, ecc.) il prodotto più adatto alle proprie necessità a patto che il prodotto stesso sia interoperabile grazie all’adozione dello standard IFC”.

Questo approccio, in effetti, garantisce ampia libertà agli utilizzatori, evita l’instaurarsi di monopoli e favorisce l’innovazione tecnologica … “come sempre avviene”, conclude Ferrari, “i tuttologi difficilmente hanno le risposte adeguate ai diversi problemi”.

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