Il professor Angelo Ciribini

Il Building Information Modeling è un metodo in cui ingegneri e architetti non sono i beneficiari, ma i protagonisti. Così il prof. Angelo Ciribini risponde a una delle nostre domande sull’applicazione del BIM nel nostro Paese o, se preferite, sulla sua non applicazione.

Il dibattito è stato aperto dall’ing. Andrea Dari che, sulle pagine di Ingenio, ha lanciato una provocazione, commentando la scomparsa dal testo del Decreto Sblocca Italia della parte relativa all’applicazione del Building Information Modeling negli appalti pubblici.

A riguardo, abbiamo voluto sentire il parere del prof. Ciribini, ordinario presso la facoltà di Ingegneria e Architettura dell’Università degli Studi di Brescia e uno dei massimi esperti di BIM nel nostro Paese.

Mauro Ferrarini. Professor Ciribini, dal testo dello Sblocca Italia è scomparsa la norma che gettava le basi per dare inizio all’iter di introduzione del BIM negli appalti pubblici. Alcuni commentatori hanno plaudito a questa notizia, riflettendo sul fatto che ogni miglioramento metodologico imposto per legge non porta mai a risultati apprezzabili. Qual è la sua opinione al riguardo?

Angelo Ciribini. Occorre, anzitutto, conoscere il testo letterale dell’articolato. Penso che la chiave di lettura sia quella finalizzata a una analisi non strumentale del BIM, che è, poi, quello della digitalizzazione del settore delle costruzioni.

Al contrario, il BIM è percepito, in Italia, in maniera piuttosto riduttiva e, in definitiva, poco efficace. Naturalmente sappiamo bene che una qualsiasi imposizione di legge genera una offerta di consulenza assolutamente improvvisata e scarsamente consapevole, in presenza di una domanda assai impreparata, ingenua e, soprattutto, poco disponibile a remunerare il valore aggiunto. Il mercato domestico è poco appetibile internazionalmente anche perché è assai poco qualificato ed esigente.

Mauro Ferrarini. A proposito della penetrazione del BIM in Italia, lei ha avuto modo di dire che in Italia l’Information Modelling è concepito come un tema strumentale, riducendone così di molto la portata e, in definitiva, ben poco cogliendo l’essenza epocale delle trasformazioni in atto. Si tratta, però, di una interpretazione del tutto consona a un Paese corto mirante che è ormai da tempo incapace di Futuro. Sembra essere un vicolo cieco: da un lato non si può imporre l’adozione del BIM ma dall’altro l’Italia non sembra mai pronta a recepire questo nuovo modo di approcciare la progettazione (e non solo). Non ne usciremo mai?

Angelo Ciribini. Sino a che il Governo non si doterà di una politica industriale per il settore dell’ambiente Costruito e le sue controparti professionali e imprenditoriali, a loro volta, non sapranno proporre una strategia industriale non penso se ne possa uscire degnamente. Ma la visione a medio-lungo termine poco si addice a un Sistema Paese piuttosto disorientato.

Non potranno, però, essere le rappresentanze professionali a farsi parti diligenti per prime, perché la logica che soggiace al BIM, relativa alle organizzazioni Knowledge-Based, richiede un processo di aggregazione tra le entità. È palese che un tessuto polverizzato non sarà mai pronto ad accettare processi di riconfigurazione.

Mauro Ferrarini. Dalla sua esperienza diretta, quando realisticamente si potrà pensare a una diffusione del BIM tra i progettisti nazionali e cosa dovranno fare gli attori coinvolti nel processo (politica e ordini professionali) per aiutare il compiersi di questo processo?

Angelo Ciribini. I progettisti dovrebbero, anzitutto, prendere atto che il BIM è un metodo, di cui sono primi protagonisti, ma non primi beneficiari, a differenza di committenza, finanza e imprenditorialità. Per essi il BIM significa accettare che il loro ruolo (specie quello degli Architetti) divenga contendibile e che, comunque, il sistema di responsabilità, di competenze e di ruoli che li riguarda divenga molto più oneroso e meno distinto.

Senza committenze qualificate, i processi BIM-Based saranno poco efficaci, senza finanziatori consapevoli di nuovi criteri di gestione del rischio ancor meno. Il punto è che in questo Paese è difficile accettare una versione strutturale e non congiunturale della Crisi e, al contempo, si pretende di avviare un processo di cambiamento sul breve termine, agendo su aspetti estemporanei e superficiali. Lo stesso tema, indiscutibile della revisione delle regole (del recepimento delle direttive su appalti e concessioni) rischia di non affrontare il fenomeno con discernimento. È l’Intelligenza di Sistema a difettare: su questo terreno, non siamo certo competitivi con altri Paesi della Unione europea.

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