Dal prossimo 30 giugno, dando retta a quanto stabilito dall’art. 15,comma 2 del decreto legge n. 179/2012, i professionisti dovranno installare nel proprio studio un dispositivo POS per dare la possibilità ai clienti che lo desiderano di pagare con carte di debito.

Molto probabilmente questo obbligo non sarà rispettato da nessuno, anche per via delle numerose e autorevoli interpretazioni della norma da parte del Consiglio nazionale forense, dei Consulenti del lavoro da ultime confermate con il parere legale richiesto da Consiglio nazionale degli architetti.

Ma aldilà di tutte le polemiche legate all’adozione più o meno obbligatoria del POS da parte dei professionisti, fa sorridere amaramente la conferma che i tempi con i quali la committenza privata, ma soprattutto la pubblica amministrazione, salda i propri debiti diventano spesso biblici.

A darne notizia è stato recentemente il supplemento Affari & Finanza del quotidiano La Repubblica, che ha preso in considerazione i giorni di ritardo nei pagamenti a favore di Architetti, Commercialisti e Avvocati da parte del settore privato e del settore pubblico.

Limitando la nostra analisi a quella relativa agli Architetti, si constata come ci vogliano 150 giorni prima che un progettista veda riconosciuto il pagamento della propria parcella, se la committenza è pubblica. Leggermente meglio (si fa per dire), quando il cliente è un privato: in questo caso il ritardo è appena di 117 giorni.

“Neanche il recepimento della direttiva comunitaria sull’obbligo di pagamento entro 60 giorni ha funzionato”, dice sconsolato all’autrice dell’inchiesta il presidente del CNAPPC, Leopoldo Freyre. Ricordiamo, infatti, che anche i singoli liberi professionisti tecnici rientrano tra coloro che possono riscuotere i crediti accumulati nei confronti della pubblica amministrazione.

Il numero uno degli Architetti italiani imputa questo malcostume al Patto di Stabilità che, di fatto, blocca il pagamento delle parcelle dei professionisti che lavorano per gli enti pubblici. “Almeno una volta c’erano i fondi rotativi per la progettazione”, continua Freyre. “Oggi, purtroppo, la finanza pubblica non esiste più”.

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