VIA, Valutazione impatto ambientale

L’Italia è un Paese senza regole di contrasto al consumo di suolo e senza politiche urbane che aiutino la riqualificazione e la rigenerazione urbana. Non solo a livello nazionale, ma anche a livello regionale: nelle Regioni non esiste nessuna disciplina, solo proposte di riforma. Lo Stato continua a consumare.

Dopo anni di dibattito il problema del consumo di suolo è approdato nelle aule parlamentari dove sono stati presentati una mezza dozzina di progetti di legge.

Ma, diciamo la verità, sul piano del diritto riguardo al consumo di suolo siamo ancora all’anno zero: il nostro Paese continua a essere privo di regole atte a contrastare la perdita e il degrado di suoli liberi e la loro trasformazione in superfici urbanizzate. E continua a essere privo di politiche urbane che orientino investimenti e progetti verso la riqualificazione edilizia e la rigenerazione urbana.

Inoltre per ora in nessuna regione italiana esiste una disciplina che limiti il consumo di suolo e la trasformazione della risorsa territoriale primaria. Ciò non toglie che in molte regioni si siano prodotte proposte di riforma legislativa e atti di pianificazione strategica che pongono al centro la limitazione del consumo di suolo.

Ne dà conto il rapporto 2014 del Centro Ricerca sui Consumi di Suolo, realizzato da Legambiente, l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) e il DaSTU, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, pubblicato grazie al contributo di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia.

Il rapporto si concentra sulle politiche, sulle proposte e sugli orientamenti emergenti nelle regioni in cui la discussione sul consumo di suolo ha acquisito sostanza e spessore istituzionale. Le avanguardie di questo dibattito, con motivazioni diverse, sono senza dubbio proposte come quella della Lombardia, dove l’elaborazione di testi di legge è più avanzata. In particolare in Lombardia il progetto di legge nato su impulso della maggioranza e ora all’esame della Commissione Territorio del Consiglio Regionale è atteso per le votazioni in aula nel prossimo mese di luglio.

Bisogna aggiungere che negli ultimi 50 anni la Lombardia ha perso un quarto delle terre coltivate, invece che recuperare il dismesso delle città per farne occasione di rilancio, qualificazione e competitività.

Rileva Andrea Arcidiacono, docente del Politecnico e membro della Giunta esecutiva di INU: “La proposta di legge lombarda introduce strumenti adeguati a scoraggiare il consumo di suolo, certo è che agire è divenuto un’urgenza, per questo la legge deve farsi carico da subito della regolazione degli usi del suolo e non aspettare che l’attuale ciclo di pianificazione si concluda perché mentre noi discutiamo, i comuni continuano a pianificare enormi sacrifici di suolo. Basti pensare che nei PGT approvati fino a inizio 2014 sono previste urbanizzazioni su oltre 41.000 ettari di suoli liberi: un valore ancora più alto di quello realmente registrato nell’ultimo decennio e che non può essere dato per acquisito”.

Ma non sarebbe giusto scaricare tutte le responsabilità del consumo di suolo sugli enti locali: in tempi di depressione del mercato immobiliare, le maggiori cause del consumo di suolo sono i programmi di infrastrutture, soprattutto strade e autostrade, determinando una urbanizzazione del territorio che si somma a quella indotta da scelte urbanistiche locali. Quindi la responsabilità in questi casi è di Stato e Regioni.

La mancanza di regole porta all’avanzata di edifici, lottizzazioni, centri commerciali e infrastrutture stradali, con effetti di degrado del paesaggio. Il consumo di suolo ha anche un notevole impatto ecologico: l’aumento di gravità dei fenomeni di dissesto idrogeologico e la riduzione di disponibilità di terre coltivabili sono i principali.

Sul consumo di suolo ha dichiarato Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia “Finché i suoli liberi continueranno a costituire gli spazi più redditizi per localizzare interventi immobiliari, parlare di rigenerazione urbana o di edilizia del recupero resterà poco più che un esercizio retorico”.

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