E arrivò il giorno in cui il continuo legiferare sulle terre e rocce da scavo ha fatto scappare la pazienza ai costruttori e alle imprese edili. Chi si illudeva che il regolamento n. 161/2012 sulla gestioni dei materiali da scavo avesse finalmente contribuito a gettare una luce chiara e definitiva sulla questione, si sta amaramente ricredendo in questo primo scorcio di 2013.

Al centro della discussione vi è la questione della gestione delle terre e rocce da scavo provenienti da cantieri di piccole dimensioni. Il decreto 161/2012, in effetti, nulla dice riguardo le quantità inferiori ai 6.000 metri cubi. Ma questo non significa che il problema sia risolto.

In questi primi mesi di applicazione del regolamento sulle terre e rocce da scavo, fanno sapere dall’ANCE, è emerso chiaramente che il procedimento delineato per il riutilizzo risulta essere eccessivamente complesso dal punto di vista tecnico ed amministrativo per le imprese e soprattutto economicamente sostenibile solo quando si gestiscano grandi quantitativi di materiali.

Ad aggiungere difficoltà su difficoltà, in questo caso interpretativa, ha pensato anche la Segreteria Tecnica del Ministero dell’ambiente che, rispondendo a un quesito posto dai geologi dell’Umbria ha affermato che il decreto 161/2012 non tratta dei materiali da scavo prodotti nell’ambito di cantieri di minori dimensioni, senza però indicare la disciplina applicabile in questi casi.

Ancora più duri, se possibile, sono i rappresentanti dell’ANIEM che ironizzano sulla reale efficacia del regolamento sulle terre e rocce da scavo: “Il decreto ministeriale 161/2012 sulla disciplina sulle terre e rocce da scavo è riuscito nell’impossibile: creare più burocrazia da un lato, e un vuoto normativo dall’altro”.

Anche l’ANIEM condivide le analisi dei costruttori legati alla Confindustria sul fatto che il regolamento sulle terre e rocce da scavo ha penalizzato soprattutto i cantieri di modesta entità e quindi, di riflesso, le imprese edili di piccole dimensioni

“Le imprese che non sanno di fatto come gestire questi materiali e, nei casi più fortunati, devono sostenere procedure farraginose e costi elevati di analisi, trasporto e destinazione”, è l’allarme di Gabriele Chiocci, presidente del settore lapideo-estrattivo dell’Associazione nazionale delle PMI edili manifatturiere.

Ma quali sono, in concreto, le difficoltà delle imprese che si trovano a gestire le terre e rocce da scavo?
Nello specifico, le imprese di costruzione e movimento terra denunciano notevole difficoltà nelle metodologie di utilizzo e smaltimento delle terre e rocce da scavo proveniente in gran parte da movimenti terra di entità contenuta riconducibile a fondazioni di edifici, scavi per la posa di condotte e di infrastrutture di servizio, sistemazioni di alvei e di argini ecc., tipologia che peraltro è particolarmente diffusa nell’ambito dei lavori privati dei nostri territori.

Oltretutto il problema riguarda anche le amministrazioni comunali laddove le stesse eseguano direttamente lavori di piccola manutenzione.

E intanto le Regioni arrivano … in ordine sparso
A cercare di colmare il vuoto normativo legato alla gestione del materiale da scavo in quantità modeste si sono attivate (alcune) Regioni: il Friuli-Venezia Giulia per prima (ma già la modifica alla legge regionale è stata impugnata dallo Stato davanti alla Consulta per sospetta incostituzionalità), seguita dal Veneto e poi dalla Liguria (leggi Terre e Rocce da Scavo, il Veneto approva le regole operative per modeste quantità e anche Terre e Rocce da Scavo, anche la Liguria si pronuncia sui piccoli cantieri)..

L’obiettivo, in questo caso, è lodevole: cercare di colmare un vuoto normativo e risolvere lo stallo creato dalla mancanza di indirizzi certi sulla gestione delle terre e rocce da scavo prodotte sotto la soglia dei 6.000 metri cubi. L’efficacia di questo legiferare “matto e disperatissimo”, però, rischia di creare ulteriore confusione e incertezza.

Per ora, l’unica certezza sono le proteste delle associazioni di categoria e la richiesta al Ministero dell’ambiente di muoversi in fretta per districare il ginepraio!

di Mauro Ferrarini

Dal web


Dal web

Gli Speciali

1 COMMENTO

  1. Ministero dell’ambiente? Non è, per caso, che prima che il ministero possa anche solo pensare di muoversi per districare il cosiddetto ginepraio sarebbe necessaria la formazione di un governo? Se così fosse direi che resteremo nel ginepraio almeno per un po’, a qualcuno a Roma oggi interessa solo urlare.

Scrivi un commento