Crisi edilizia: casa, territorio e energia per rilanciare il settore

Il settore dell’edilizia sta attraversando negli ultimi anni una forte crisi. E’ notizia delle ultime ore la manifestazione “La Giornata della Collera” organizzata da Ance e altre associazioni e organizzazioni del settore per il 13 febbraio a Milano (leggi anche “Crisi in edilizia … e arrivò la “Giornata della Collera”“).

Anche dal mondo delle professioni arrivano a più riprese appelli al mondo politico per ricordare i tanti problemi e le questioni non ancora risolte che lasciano in stallo diversi settori produttivi e non permettono la ripresa (leggi anche “Riqualificazione urbana, per il Cnappc una priorità per il prossimo Governo“).

Con lo slogan  “We Want Work”  Fillea Cgil ha dato vita all’Assemblea di programma, dove sindacato, associazioni datoriali e e politica si sono confrontati sui temi della crisi e sulle proposte per portare fuori dal tunnel il settore.

Secondo il sindacato degli edili di Cgil si deve abbandonare un modello di sviluppo basato sul consumo illimitato delle risorse e  scegliere un modello ancorato alla sostenibilità sociale ed ambientale.
Le priorità per il paese Italia sono territorio, casa, energia: è necessario adottare un nuovo modo di costruire, ridefinendo il modello industriale, dai processi di produzione agli strumenti ai materiali al prodotto, al lavoro stesso, la sua qualità ed evoluzione rispetto alle innovazioni.
Sette sono le proposte della Fillea per rilanciare il settore: il  riassetto idrogeologico, la riduzione consumo di suolo, la riqualificazione urbana, l’efficienza energetica, le energie rinnovabili, la  prevenzione sismica, le infrastrutture (leggi nel dettaglio le schede sui progetti) 

I dati raccolti di Fillea Cgil mostrano una crisi nera: dal 2009 nel settore hanno perso il lavoro 120.000 persone l’anno, 328 al giorno,  perso il 30% della produzione ed il 40% degli investimenti pubblici, tra il 2008 ed il 2010 il crollo del fatturato complessivo è stato di oltre il 16%. Sono 60.000 le imprese fallite e 550.000 posti di lavoro persi, la metà nel solo settore dell’edilizia, dove si registra una caduta verticale rispetto al 2008 di tutti i valori: – 400.000.000 le ore lavorate, – 2 miliardi la massa salariale.

Le previsioni nei sei anni, dal 2008 al 2013, non sono confortanti:  il settore avrà perso circa il 30% degli investimenti e si collocherà sui livelli di attività più bassi degli ultimi 40 anni.  Fatta eccezione per la riqualificazione dell’esistente tutti gli altri comparti continuano a soffrire: le nuove abitazioni (-54,2%, in sei anni), l’edilizia non residenziale privata (-31,6%), le opere pubbliche (-42,9%). Solo il comparto della riqualificazione degli immobili residenziali mostra una tenuta dei livelli produttivi (+12,6%).

Al Governo che verrà
Ecco cosa chiede il sindacato degli edili della Cgil al Governo che si insedierà nei prossimi mesi: il rafforzamento del ruolo regolatore dello stato, che dovrà essere attivo ed autorevole nella definizione delle norme, nel controllo della loro applicazione, nel contrastare e punire chi le elude.

Per la Fillea è  necessario intervenire per regolare il mercato ed il sistema degli appalti; introdurre la  tracciabilità dei pagamenti a 300 euro; approvare  una normativa sulla qualificazione delle imprese; contrastare la crescita di illegalità e irregolarità; estendere  il Durc per congruità anche ai lavori privati così come previsto dagli accordi sottoscritti dalle parti sociali del settore;  bloccare l’espansione degli interessi criminali nel sistema delle imprese e negli appalti;  estendere la responsabilità penale anche alle imprese che utilizzano la manodopera illegale fornita dai caporali;  restituire un futuro produttivo alle aziende sequestrate e confiscate alle mafie.

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1 COMMENTO

  1. Sono davvero tanti gli interventi che si richiedono al nuovo governo. Noi attendiamo che loro si diano una mossa, mentre noi piccoli imprenditori siamo costretti a barcamenarci tra i debiti per sopravvivere.
    Io credo che interventi atti a cernire ulteriormente le imprese libere di operare, quando la crisi ha già fatto una selezione devastante di suo, non servano proprio a nulla, anzi sarebbero deleteri.
    Se dovessero abrogare l’estensione del Durc anche ai lavori privati, sarebbe la fine.

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