Inquinamento, oltre 700 comuni a rischio per impianti pericolosi

Sono oltre 1.100 in Italia gli impianti industriali che trattano sostanze pericolose in quantitativi tali da essere ritenuti suscettibili di causare incidenti rilevanti in base alle direttive Seveso e ai decreti legislativi che le recepiscono. Impianti chimici, petrolchimici, depositi di gpl, raffinerie e depositi di esplosivi o composti tossici che, in caso di incidente o di malfunzionamento, possono provocare incendi, contaminazione dei suoli e delle acque, nubi tossiche, e che sono censiti dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in un inventario nazionale aggiornato semestralmente.

Gli impianti sono concentrati prevalentemente in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna e interessano i territori di 739 comuni.

Sono questi i dati che emergono dal dossier Ecosistema rischio industrie 2012, presentato da Legambiente e il Dipartimento della Protezione Civile.

Attraverso un questionario inviato a tutti i 739 Comuni in cui sono presenti gli impianti riportati nell’Inventario nazionale del ministero dell’ambiente, lo studio – svolto sulle risposte inviate da 210 amministrazioni comunali (il 29% delle 739) – prende in considerazione il livello di realizzazione o partecipazione dei comuni a periodiche esercitazioni, del recepimento da parte degli stessi comuni delle informazioni contenute nei Piani d’emergenza esterni redatti dalle prefetture competenti, della pianificazione urbanistica che tenga conto del rischio esistente.

“I comuni, a cui non compete la gestione delle emergenze connesse al rischio industriale né la redazione dei Piani di emergenza esterni previsti per alcune tipologie di impianti – spiega Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – hanno il compito fondamentale di fare da raccordo tra le attività di pianificazione urbanistica e la presenza di insediamenti a rischio d’incidente rilevante. Spetta loro anche l’informazione ai cittadini: uno strumento di prioritaria importanza perché fa crescere la consapevolezza e insegna i comportamenti corretti in caso di emergenza”.

“Alla base della normativa sulla mitigazione del rischio industriale – aggiunge Simone Andreotti Protezione civile di Legambiente – c’è il grave incidente che nel 1976 colpì Seveso e altri comuni brianzoli, la contaminazione provocata da una nube tossica fuoriuscita dallo stabilimento di un’industria chimica, l’ICMESA, di Meda. Quel disastro spinse gli Stati membri della Comunità europea a promuovere una politica comune sul rischio industriale. Siamo oggi alla terza direttiva Seveso, le norme per prevenire eventuali incidenti e circoscriverne al massimo i danni sono sempre più puntuali e rigorose. Ed è di fondamentale importanza che tutti gli attori coinvolti – dalle aziende produttrici all’insieme dei soggetti istituzionali che hanno l’onere di predisporre politiche di prevenzione e di gestire eventuali emergenze – facciano la propria parte per rispettare la legge con precisione”.

Dati sul territorio
Il 94% dei 210 Comuni intervistati ha dichiarato di avere recepito le indicazioni contenute nella scheda informativa redatta dal gestore dell’impianto, così come previsto dalla legge; quest’ultima, inoltre, stabilisce la perimetrazione delle aree circostanti gli insediamenti a rischio di incidente rilevante nelle quali, in caso di malfunzionamento, potrebbero riscontrarsi conseguenze sull’ambiente o sulla salute della popolazione. Poiché la gravità di un incidente è proporzionale alla distanza dal luogo dove si produce e ai tempi di esposizione, l’area soggetta a rischio intorno allo stabilimento viene divisa in tre zone: “di sicuro impatto”, “di danno”, “di attenzione”.

Quindi, 198 amministrazioni comunali conferma di aver recepito i dati essenziali sullo stabilimento necessari per valutare i possibili scenari e le conseguenze di un incidente e quindi per realizzare le opportune campagne informative e la corretta pianificazione urbanistica del territorio. Sono 181 i Comuni che hanno predisposto una planimetria del territorio e individuato le “aree di danno”, sottoposte a conseguenze nell’eventualità di un incidente nello stabilimento a rischio (l’86% dei comuni intervistati).
In 104 Comuni intervistati sono state individuate nelle “aree di danno” strutture vulnerabili e/o sensibili: nel 18% dei casi sono presenti scuole, nel 13% centri commerciali, nell’8% strutture ricettive turistiche, nel 7% luoghi di culto, nel 2% ospedali. Inoltre, le amministrazioni comunali hanno indicato la presenza in “aree di danno” anche di abitazioni isolate o insediamenti residenziali più consistenti, di altri stabilimenti industriali e attività produttive in genere.
Informazione ed esercitazioni
Centoquarantotto delle amministrazioni comunali che hanno risposto al questionario ha dichiarato di aver realizzato campagne informative sul rischio industriale e sulla presenza sul proprio territorio di insediamenti suscettibili di causare incidenti rilevanti. Solo 105 comuni (il 50% degli intervistati), però, ha detto di aver realizzato campagne informative sui comportamenti da tenere in caso di emergenza, per dare a tutti coloro che vivono e lavorano in prossimità dell’insediamento informazioni pratiche, precise e puntuali su come riconoscere i segnali di allarme e come mettersi al sicuro. Secondo le risposte ricevute, sono 122 i comuni che hanno stretto rapporti di collaborazione con organizzazioni o gruppi di protezione civile destinati a queste attività.
Per informare i cittadini, 96 amministrazioni hanno risposto di aver realizzato opuscoli informativi, 59 hanno puntato sul proprio sito on line realizzando sezioni ad hoc, 30 hanno organizzato iniziative nelle scuole, 58 incontri pubblici.
L’organizzazione di esercitazioni periodiche è essenziale per testare le capacità di risposta in caso di eventi calamitosi; tuttavia solo 75 Comuni del campione hanno dichiarato di aver proposto l’organizzazione di esercitazioni o partecipato a esercitazioni sul rischio industriale, alcuni (34) coinvolgendo anche la popolazione.

Scarica il dossier Ecosistema rischio industrie 2012 in pdf

Fonte: Legambiente

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