Terremoto L'aquila, le motivazioni della sentenza che condanna gli esperti

Sono state rese note alcuni giorni fa le motivazioni della sentenza sul terremoto de L’Aquila che ha condannato  a 6 anni, per omicidio colposo e lesioni colpose, i 7 componenti della Commissione Grandi rischi (leggi anche “Terremoto L’Aquila, condannati gli esperti della Commissione Grandi rischi” e “Terremoto L’Aquila, la sentenza colpisce i tecnici per decisioni politiche?“).

Nelle oltre 940 pagine i giudici  affermano che gli esperti  fecero delle valutazioni approssimative, generiche e inefficaci in relazione ai doveri di previsione e prevenzione e precisano che non viene sottoposta a giudizio la scienza che non è riuscita a prevedere il terremoto, ma  il compito degli esperti di procedere alla previsione e prevenzione del rischio.

Per i giudici aquilani, quindi, gli scienziati avrebbero volutamente evitato di comunicare adeguatamente il rischio, rassicurando invece la popolazione e invitandola a restare nelle proprie abitazioni.

“Questo processo sembra ignorare la dura lezione lasciata dal terremoto del 6 aprile 2009 – commenta l’INGV- : l’assenza di prevenzione e l’incapacità del sistema paese di gestire nel medio e lungo termine le informazioni sulla pericolosità, sulla vulnerabilità e quindi sul rischio sismico. Si è invece focalizzata l’attenzione sulla previsione a brevissimo termine, nonostante l’acclarataimpossibilità di prevedere l’accadimento di una forte scossa sismica in termini di ora, luogo ed intensità; impossibilità che non esclude che il terremoto possa verificarsi”.

“Al contrario di quanto affermato nelle motivazioni – aggiunge –  riteniamo che la strada principale per ridurre il rischio sismico sia la prevenzione in termini di riduzione della vulnerabilità degli edifici.
La sentenza sostiene che gli scienziati avrebbero potuto sapere ciò che stava per accadere ma non si sarebbero curati, o meglio, avrebbero volutamente evitato di comunicare adeguatamente il rischio“.

L’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha precisato che i sismologi italiani hanno sempre contribuito con grande impegno alla difesa dai terremoti lavorando insieme alla Protezione Civile e alle autorità locali,  elaborando e mettendo a disposizione del Paese la mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale, la cui ultima versione aggiornata nel 2006 — tre anni prima del terremoto dell’Aquila — è legge dello Stato (http://www.mi.ingv.it/pericolosita-sismica/). “Questa mappa – spiega l’Ingv -, che rappresenta uno strumento importantissimo per la prevenzione sismica, era ed è ben nota. Nella mappa, L’Aquila ricadeva in una zona ove la pericolosità sismica è massima, indipendentemente dal fatto che ci fossero o meno delle sequenze sismiche in atto. Questo è stato discusso nella riunione del 31 marzo del 2009. Quindi l’ ”allarme” e la comunicazione del rischio erano stati chiaramente dati, per le proprie competenze, dai sismologi“.

Infine l’Istituto  dichiara che il progresso per la mitigazione dei rischi naturali è raggiungibile solo attraverso l’azione congiunta di scienziati, istituzioni, autorità locali, operatori dei media e società. “Purtroppo dal 2009 a oggi poco è stato fatto per migliorare la capacità di affrontare i rischi connessi con i fenomeni naturali – conclude il comunicato dell’Ingv -. Noi riteniamo urgente intraprendere una nuova strada, civile e moderna, in cui scienziati, Protezione Civile, governo, amministratori locali, cittadini contribuiscano, ognuno per il proprio ruolo, a creare un sistema capace di affrontare e convivere con i rischi naturali. Per questo motivo, rinnoviamo il nostro impegno per la ricerca, per la comunicazione e per il dialogo con la società e le popolazioni dei territori a rischio”.

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