Le competenze dei professionisti sono sempre oggetto di discussione e polemica. Il ddl Vicari sulle competenze dei geometri ha scatenato fino a pochi giorni fa le ire di ingegneri e architetti. Lo scorso 10 ottobre 2012 è stato diffuso un nuovo disegno di legge  sulle competenze professionali dei periti industriali (ddl n. 3516 Disposizioni in materia di competenze professionali dei periti industriali con specializzazione in edilizia e dei periti industriali laureati nelle classi di laurea L-7, L-17, L-21 e L-23).

Il nuovo testo intende sostituire il regio decreto n. 275/1929 che delimitava le competenze dei periti industriali in campo progettuale alle modeste costruzioni e prevede che tali competenze debbano essere legate alla formazione scolastica e universitaria e ai corsi di formazione promossi dalle categorie professionali. Come è facile immaginare, è bastato l’annuncio per scatenare altre aspre polemiche nell’ambito delle professioni tecniche (leggi anche Competenze professionali Geometri e Periti edili, accorpati i ddl Vicari e D’Alia).

Per fare un quadro della situazione siamo andati a sentire i diretti interessati, intervistando autorevoli membri del Collegio dei Periti industriali e dei Periti industriali laureati della Provincia di Rimini: Elio Verdinelli e Gilberto Leardini, rispettivamente presidente e consigliere del Consiglio direttivo.

“Quando si entra nel campo delle competenze professionali occorrerebbe usare il buon senso e portare la discussione a livelli civili perché il confronto possa essere costruttivo e utile”, esordisce Gilberto Leardini.

Ediltecnico. Cosa che spesso non accade. Come mai, quando si inizia parlare di revisione/ampliamento delle competenze professionali, sembra sempre di toccare un nervo scoperto?

Gilberto Leardini. La crisi attuale non aiuta certamente a ricondurre il dibattito entro i confini di un civile confronto, ma è nostra opinione che la diatriba relativa alle competenze professionali debba essere affrontata in via esclusiva da parte dei consigli nazionali delle professioni (architetti, geometri, ingegneri, periti industriali, ecc.), aiutati dagli organi periferici e locali, utilizzando buon senso e responsabilità. Spesso, invece, si assistono ad episodi strumentali e spiacevoli: prova ne sono gli utilizzi, direi poco ortodossi, che taluni fanno delle sentenze dei tribunali.

Ediltecnico. Si riferisce alle sentenze che T.A.R. e Consiglio di Stato hanno pronunciato nel corso degli anni sul tema delle professioni?

GL. Molte di queste sentenze sono state elaborate su questioni scaturite da scontri tra committenza e tecnico per semplici questioni di onorario e le considerazioni dei giudici sul tema delle competenze erano a corollario e non questioni centrali del contendere. Ebbene, molte pronunce sono citate per supportare questa o quella tesi in materia di competenze professionali in maniera strumentale da parte di alcune categorie ai danni di altre. Questo fatto, oltre a essere scorretto, non porta altro risultato che la dispersione di preziose energie che potrebbero essere utilmente utilizzate per trovare soluzioni condivise.

Si corre il rischio di litigare su una barca in balia delle onde per chi debba governare il timone, chi le vele e chi i remi, senza badare al fatto che la nave sta andando verso gli scogli e, se affonda, annega tutto l’equipaggio.

Ediltecnico. Chiarissimo, ma intanto si continua a litigare …

GL. Le ragioni sono da entrambe le parti e la discussione sulle competenze professionali non dovrebbe trasformarsi in una contrapposizione che vede i tecnici laureati da un lato e quelli diplomati dall’altro. C’è poi un problema di mancanza di chiarezza a livello generale che trae le sue origini dal decreto 328/2001 che, con l’istituzione dei corsi di laurea triennale, ha contribuito solamente a creare ulteriore confusione a detrimento dell’utente finale.

Elio Verdinelli. Le libere professioni soffrono di abbandono da parte delle istituzioni nei loro confronti e, inspiegabilmente, di una chiusura in sé stesse. Pur rappresentando un’importante parte del PIL del Paese, i professionisti tecnici non vengono interpellati come avviene per le altre forze sociali come Confindustria e Sindacati.

Ediltecnico. Secondo lei per quale motivo?

EV. Principalmente si tratta di un problema di tipo culturale. Molti ritengono erroneamente le libere professioni come delle corporazioni chiuse, che producono ricchezza solo per sé stesse e non per la comunità. Questa falsa percezione deriva da un impianto legislativo vetusto e superato. In realtà il mondo delle libere professioni chiede solo una maggiore semplificazione per consentire ai tecnici di svolgere le funzioni di propria competenza e non perdersi nella giungla della burocrazia e delle carte bollate.

GL. Mi aggancio alle parole del presidente Verdinelli per tornare brevemente sul tema dello scontro tra le professioni per completare il mio ragionamento.

Ediltecnico. Prego.

GL. L’obiettivo dei liberi professionisti è, e dev’essere, quello della tutela dell’utenza. La serietà di un professionista non si misura solamente dalla pur necessaria competenza tecnica, ma anche dalla sua onestà intellettuale. In questo senso valutiamo positivamente l’emanazione del decreto di agosto sulla riforma delle professioni che mira a un’elevazione del sapere per fornire una prestazione di carattere intellettuale a totale interesse della committenza.

Ediltecnico. Prima accennava anche al d.P.R. 328/2001, in che senso ha prodotto confusione?

GL. Il decreto 328/2001, introdotto dall’allora Ministro Berlinguer, introdusse il meccanismo delle lauree brevi. Oggi la situazione è tale per cui un giovane che si laurea in ingegneria edile con il corso di laurea triennale può iscriversi al nostro collegio come perito industriale laureato, a quello dei geometri come geometra laureato, all’ordine degli ingegneri o a quello degli architetti nella apposita sezione B. Le pare questo un elemento di chiarezza e di tutela per il committente? A me non lo sembra affatto!

Ediltecnico. Presidente, cosa le piace della riforma delle professioni?

EV. Premesso che il testo avrebbe dovuto presentare un maggior grado di dettaglio, ritengo che la riforma portata avanti dal decreto del Presidente della Repubblica 137/2012 sia comunque uno strumento che crea nuove opportunità per i liberi professionisti. Penso, ad esempio, al tema della pubblicità che darà modo di specificare ai nostri clienti la specificità del servizio di un libero professionista rispetto a quello di un’impresa o, ancora, l’obbligo dell’assicurazione RC professionale, a ulteriore tutela della committenza. E non dimentichiamo lo strumento della formazione continua. Infine, trovo molto positivo l’introduzione del consiglio disciplinare: per garantire l’utente, i collegi e gli ordini professionali devono applicare con rigore ed equità il regolamento deontologico che è il fondamento di ogni libera professione ordinistica.

Ediltecnico. Un’ultima domanda a entrambi. Il futuro delle professioni tecniche si avvia verso la multidisciplinarietà. Vi chiedo: secondo voi è davvero arrivata la fine dei piccoli studi? Come giudicate la prospettiva di avere grandi studi multidisciplinari?

EV. Posto che la multidisciplinarietà è un fattore strategico per il successo di uno studio professionale, ritengo che le future società tra professionisti non debbano necessariamente configurarsi come grandi entità, ma che vi sia spazio anche per gruppi più ridotti di liberi professionisti. Nel corso della loro attività, inoltre, gli studi molto grandi devono rispondere a molteplici esigenze oltre quella, che dovrebbe essere prioritaria, della soddisfazione della committenza. Questo, in prospettiva, potrebbe essere rischioso.

GL. Ritengo che nel futuro le società tra professionisti saranno sempre più diffuse. Quella dei periti industriali è poi una grande famiglia, nell’alveo della quale si possono trovare professionalità molto diversificate per tantissime tipologie di problemi: l’edile, il termotecnico, il professionista della sicurezza o del risparmio energetico, il chimico, ecc.

Penso che questa varietà di specializzazioni possa giovare alla nostra categoria nella creazione di società professionali. Parimenti, non vorrei però, che la crescita delle STP disperdesse il patrimonio degli studi piccoli o individuali. Una perdita di tal genere priverebbe l’utenza della possibilità di trovare un professionista in grado di seguire anche i problemi della quotidianità come un riconfinamento o degli interventi per la coibentazione di coperture o una piccola ristrutturazione, ad esempio. Anche se di modesto valore, si tratta di interventi importantissimi per le singole famiglie e che, di norma, i grandi studi non prendono neppure in considerazione.

Intervista a cura di Mauro Ferrarini


Dal web


Gli Speciali

6 Commenti

  1. Lo scandalo è che un ingegnerino triennale possa fare persino l’esame di stato da architetto junior.
    Purtroppo queste mini lauree hanno partorito dei professionisti a metà, poco più qualificati di un buon perito e ben al di sotto di un ingegnere quinquennale.

    • Lo scandalo è che gente come te, con una dozzina di esami in più rispetto ad un ingegnere triennale si permetta il lusso di discriminare. La differenza rispetto ad diplomato sono 28 esami + 4-5 esami di laboratorio + tesi + esame di abilitazione alla professione.

      Qual’è il problema? Lavori poco e dai la colpa ai tuoi colleghi junior?

      • Beh, visto che sono così pochi esami, viene spontaneo chiedersi cosa spinge un ingegnerino triennale a fermarsi dopo la laurea breve.
        La laurea magistrale dona una visione più ampia delle cose. Ogni gradino in più ti permette di vedere più in alto.
        Del resto, un “vecchio” perito con 30 anni di esperienza non lo cambierei con un ingegnerino per nulla al mondo. Ho visto tanti di quegli ingegnerini gestionali fare la professione e fare più danni che le locuste.

        • La tua laurea magistrale, premesso che tu ce l’abbia, non ti ha ampliato di molto la visione delle cose…anzi, pare molto limitata visto le cose che scrivi…
          molti “vecchi” periti sono anche meglio di tanti ing. quinquennal se vogliam seguire i tuoi ragionamenti…il tuo è qualunquismo…sul fatto degli ingegneri gestionali sono abbastanza convinto che il titolo professionale di Ingegnere sia poco adeguato al percorso di studi che svolgono.. il titolo corretto è molto più vicino all’economista aziendale che all’ingegnere…

  2. Mamma mia Gianni, fai venire i brividi; forse dovresti ricominciare tutto da capo, mi sa che al primo gradino ti sei trovato per terra supino, ma forse non è quello il modo giusto di vedere più in alto.

  3. Gianni, ammesso che abbia davvero la laurea magistrale, non sà che il termine offensivo da lui usato quale LAUREA BREVE non esiste. L’art. 8 comma 2 del m.i.u.r.270/2004 parla di LAUREA (3anni) e LAUREA MAGISTRALE (3anni+2)

    Inoltre altri termini denigratori dallo stesso Gianni usati quali ingegnerino o iunior non sono contemplati in alcun modo dai testi di legge.

    Gianni è un frustrato che non è in grado di trovare un lavoro e se la prende con la concorrenza costituita da i laueati nuovo ordinamento universitario.

    Gianni, studia le leggi!!! Sei un ignorante con la laurea magistrale.

Scrivi un commento