“Le zone a elevato rischio sismico sono il 44% della superficie nazionale italiana (cioè 131mila kmq) e riguardano il 36% dei comuni. In queste aree vivono 21,8 milioni di persone, 8,6 milioni di famiglie in circa 5,5 milioni di edifici tra residenziali e non. Il rischio è aumentato dalla condizione di elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano, costruito per più del 60% prima del 1974, cioè prima dell’entrata in vigore delle primissime norme antisismiche” (vedi articolo Rapporto sul rischio sismico, il 44% dell’Italia è vulnerabile).
Mi domando ogni giorno di più perché l’Italia aspetti sempre i disastri per svegliarsi. Metà del nostro territorio è considerato a elevato rischio sismico, e non lo è da oggi, e noi fino al 1974 abbiamo dormito? Il 60% delle abitazioni è costruita prima del 1974 facendo finta che i terremoti non esistessero, come se prima di tale anno non sia mai successo nulla.
Basta cercare sul web i terremoti degli ultimi 100 anni e semplicemente si trova:
– 8 settembre 1905 – Un terremoto di magnitudo 7,9 provoca la morte di circa 5.000 persone in Calabria, e la distruzione di 25 paesi;
– 28 dicembre 1908 – Oltre 82.000 persone muoiono in un terremoto di magnitudo 7,2 che ha ridotto in macerie Messina, seconda città più grande della Sicilia, seguito da un maremoto che provoca ulteriore devastazione;
– 13 gennaio 1915 – Circa 32.600 persone muoino per un terremoto di magnitudo 7,0 ad Avezzano;
– 27 luglio 1930 – Un terremoto di magnitudo 6,5 scuote l’Irpinia, nell’Italia meridionale, causando circa 1.400 vittime.

Volendo riportare solo i grandi terremoti prima del ’74.
Ho avuto occasione di scrivere già nell’articolo Rischio sismico, prevenzione e restauro del patrimonio storico di come fino a circa la metà del 1800 le regole a cui il progettista si affidava per calcolare gli edifici e la loro stabilità erano basate su leggi dell’equilibrio statico e su dimensionamenti di tipo proporzionale, frutto dell’esperienza costruttiva e di regole di buona pratica edilizia.
Poi invece abbiamo avuto il periodo buio della ragione.
Ci ricordiamo che prima del 1974 si è costruito senza normativa antisismica, ma, aggiungo io, anche senza buonsenso, perseguendo solo il fine del guadagno e ancora oggi pare che si stia continuando allineandosi ai minimi normativi.
In realtà la qualità pare che non interessi a nessuno. Non si chiede, talvolta, la qualità architettonica, ma qui non interessa neppure la qualità tecnica. In giro si trovano ancora professionisti (che faccio fatica a chiamare tali) che credono ancora che un camino a legna sia un elemento di arredo e poi i tetti prendono fuoco oppure le case crollano… e nessuno interviene.
Sostengo e condivido l’intervento del presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori e la sua proposta, ma vorrei che si vigilasse anche su chi ha come obiettivo massimizzare le cubature edificabili con escamotage più o meno lineari, a scapito di tutto il resto.
Non si può più aspettare che sia la normativa a costringerci a fare bene.
Quando, noi italiani, vorremo fare meglio, perché fare meglio è più bello che fregare meglio?
E poi basta cementificare. Iniziamo un piano di recupero edilizio ed energetico di tutto il patrimonio esistente e del suolo già coperto, avendo anche il coraggio di abbattere cose VECCHIE che sono realmente senza alcun pregio, smettendo di barricarci dietro a finti o pretestuosi vincoli o falsi storicismi.
In ultima analisi, ritengo che basterebbe stroncare le politiche dell’EMERGENZA iniziando invece a premiare le politiche della prevenzione, nell’ottica di una lealtà nazionale che all’Italia manca nella sua natura.
L’Italia è nostra, occupiamocene invece di smantellarla.

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