Città italiane, aumentano il consumo di suolo e gli sprofondamenti

Le città italiane consumano meno acqua ma continuano ad avere problemi di consumo del suolo e troppi sono i siti sensibili dal punto di vista dell’inquinamento.  Questo il quadro che emerge dall’VIII edizione del Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano presentato a Roma dall’ISPRA, che censisce 51 comuni capoluogo e realizzato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (ISPRA/ARPA/APPA).

Resta preoccupante il consumo di suolo, che indebolisce la resilienza delle città nei confronti di alluvioni, frane e inondazioni, oltre a sottrarre suolo alla produzione agricola e alle aree naturali. Ricordiamo che il 14 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al ddl in difesa del suolo e contro la cementificazione (vedi anche “Consumo di suolo, via libera del CdM al disegno di legge“).

Il rapporto valuta il consumo di suolo in 43 aree urbane, dovuto all’impermeabilizzazione e ad altri usi artificiali quali cave, discariche e cantieri, negli anni compresi fra il 1949 e il 2011. Il consumo è risultato elevato in quasi tutti i comuni studiati, con un continuo incremento delle superfici impermeabilizzate. In 4 città su 43 il consumo del suolo è esteso ormai a più della metà del territorio comunale, in 10 città è compreso tra il 30 e il 50%.

Tema strettamente correlato al suolo è quello delle infrastrutture verdi: parchi, giardini, aree naturali protette e foreste urbane, che rappresentano il capitale naturale delle città. Il loro ruolo è fondamentale per rendere le città del futuro più resilienti. I dati mostrano che la percentuale di verde pubblico sul territorio comunale non è diminuita nell’arco della serie storica analizzata (2000-2010), ma nella maggior parte del campione indagato (30 città su 51) le variazioni positive non hanno superato il punto percentuale, e in 8 città – ubicate soprattutto nel Centro-Sud – non si sono registrati aumenti.

Gli sprofondamenti nei centri urbani (sia della sede stradale che al di sotto di edifici), altro indicatore della fragilità delle nostre città, sono un fenomeno in aumento: ad esempio, a Roma nel 2012 sono finora stati registrati 59 sprofondamenti, a fronte dei 36 segnalati durante tutto il 2011. Tali fenomeni in generale sono determinati dalle caratteristiche naturali del sottosuolo (es. cavità carsiche), ma anche da fattori antropici come le insufficienze della rete fognaria e di drenaggio, cui sono riconducibili molti dei casi, spesso innescati da eventi meteorici intensi.

Il maggior numero di casi di sprofondamento complessivamente censiti (periodo 1884-2012) si sono avuti a Roma (1892 fino a settembre 2012), seguita da Napoli (234) e Cagliari (67).

Nel Rapporto è presente anche una sezione dedicata alla mobilità urbana sostenibile. Il tasso di motorizzazione dei veicoli privati nel paese è passato da circa 501 autovetture ogni 1000 abitanti nel 1991 a circa 606 nel 2010: l’Italia rimane uno dei paesi con più alto numero di autovetture procapite. Tuttavia, nel periodo 2006-2010, il numero di autovetture private ogni 1000 abitanti nelle 51 città è diminuito del 60% nei comuni del Centro-Nord, aumentando invece nel 40% nei comuni di Sud e Isole.

Nel lungo periodo (2000 – 2010) emerge un quadro di generale aumento dell’offerta di trasporto pubblico. Nel 2010 Milano registra il più alto numero di passeggeri per abitante trasportati (702), seguita da Venezia (648) e Roma (530). Per le piste ciclabili si osservano nel lungo periodo (2000-2010) incrementi consistenti nella maggior parte delle città, e si mantiene il divario tra il Nord e il Sud del Paese. La regione più virtuosa è l’Emilia Romagna con 8 tra le prime 10 città per metri di piste ciclabili ogni 1000 abitanti. Il valore più elevato si registra a Reggio Emilia con 1026 metri di piste ciclabili per 1000 abitanti mentre, tra le grandi città, Roma e Milano registrano bassi valori dell’indicatore (circa 45 e 57 metri di piste ciclabili per 1000 abitanti nel 2010).

La mobilità è un importante fattore di pressione per la qualità dell’aria, che vede note dolenti specie nel Nord Italia e per il PM10, con le città del bacino padano che hanno registrato frequenti superamenti del valore limite giornaliero. Per quanto concerne le strategie di risposta, un importante segnale è la crescente consapevolezza con cui le città italiane affrontano i cambiamenti climatici e i rischi per la salute ed economici che ne derivano: circa 2mila comuni hanno aderito al Patto dei Sindaci della Commissione Europea, presentando un piano d’azione per l’Energia Sostenibile (PAES) e adottando misure per l’abbattimento delle emissioni di CO2, specie nel settore edilizio, centrale anche per il contenimento dei consumi energetici.

Anche porti, aeroporti e interporti sono stati presi in considerazione dal Rapporto Ispra per valutare anche in questo caso criticità e opportunità di minimizzazione degli impatti ambientali e degli effetti sulla salute, attraverso strumenti di valutazione tecnica, piani di gestione, misure di miglioramento e di contenimento. Da considerare per esempio che ben 13 SIN interessano aree portuali.

Per quel che riguarda le acque,  in particolare i sistemi di depurazione legati ai reflui civili e industriali e i consumi, i dati evidenziano che nella maggior parte delle città i reflui sono collettati al depuratore per oltre il 90%, mentre la restante quota è convogliata quasi per intero a sistemi individuali di trattamento: ne consegue che la maggior parte delle città osservate hanno alti livelli di trattamento.

In Italia il valore medio dell’acqua consumata per uso domestico è diminuito negli ultimi 10 anni di circa il 20%, con un consumo medio pro-capite di 66,7 metri cubi in 116 capoluoghi di provincia. Tuttavia, la diminuzione non è imputabile unicamente a misure virtuose di risparmio, ma anche a limitatezza della risorsa, come evidenziano i casi, che nel 2010 hanno riguardato 7 città, di razionalizzazione nell’erogazione dell’acqua.

Anche le perdite di rete hanno un ruolo importante, ma nelle città censite non sembra esserci stato un peggioramento negli ultimi anni. Ad esempio, se si considerano le tre nuove città inserite nel Rapporto, vale a dire Arezzo, Brindisi e Andria, si nota che tra 2005 e 2008 la situazione è rimasta invariata nella città toscana, mentre è leggermente migliorata (-0,7% di perdite) nelle due località pugliesi.

Meno rosea è la situazione delle aree contaminate presenti sul territorio dei capoluoghi censiti: in Italia esistono 57 Siti contaminati di Interesse Nazionale (SIN), che coprono oltre il 3% del territorio. Nel Rapporto sono riportati i dati relativi ai 38 SIN che interessano il territorio urbano di 30 città e per la prima volta anche quelli relativi ai siti contaminati locali (per 8 città). La più alta concentrazione di SIN si trova a Napoli che ne ha 6, seguita da Milano con 5.

Lo stato di avanzamento delle procedure di bonifica è molto eterogeneo. Ad esempio, nel SIN di Taranto, con una superficie di oltre 43 milioni di metri quadri, le procedure che sono state avviate sono 71 e coprono poco più del 50% della superficie. Nell’ambito del procedimento, la caratterizzazione è conclusa per l’11,4% dell’area; i progetti di bonifica approvati riguardano il 7,65% dell’intera superficie del SIN e infine è stato svincolato e/o bonificato solo il 2,58% delle aree. Con riferimento allo stato di avanzamento, solo 9 SIN risultano avere oltre il 50% di progetti di bonifica approvati.

Fonte: Ispra

Sul tema del consumo di suolo segnaliamo nella nostra sezione Video “Cinque minuti di recupero. Un’occasione per ripensare la crescita urbana”, realizzato da Angelo Grasso e TSPOON

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